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Articolo di Davide Minelli, Direttore TechSoup Italia

Trasformazione digitale?

Il Terzo settore ce la può fare per almeno 3 motivi.

  1. Primo, la riforma del Terzo settore chiede all’ intero comparto un salto quantico nell’ assimilazione di buone (e certificabili) pratiche gestionali.
  2. Secondo, la tecnologia è oggi una commodity e le barriere economiche alla sua adozione sono di fatto risibili.
  3. Terzo, entro il 2025 i millennials (soggetti abituati a «pensare digitalmente») costituiranno il 75% della forza lavoro globale.

Nonostante queste evidenze, il grande potenziale di trasformazione detenuto da ciascuna delle oltre 300.000 organizzazioni non profit attive nel Paese sembra ben lungi dall’ essere pienamente sfruttato. Oltre al fundraising, ambito in cui il digitale viene da sempre guardato con grande entusiasmo dai professionisti del settore, oggi la tecnologia è prevalentemente vista come una strada per ridurre gli sprechi mediante l’ automazione di attività a basso valore. Solo in pochi casi si osservano utilizzi più evoluti del digitale, come – ad esempio – con lo smart working.
Viste dalla prospettiva di TechSoup, nella maggioranza dei casi le organizzazioni non profit si limitano ad un utilizzo del digitale orientato più al raggiungimento di maggiori livelli di efficienza piuttosto che all’ avvio di nuove linee di servizio «technology-based».

Più che in una prospettiva «efficientista», la tecnologia dovrebbe invece essere considerata come una leva per esplorare, con creatività, nuovi modi di generare valore.

Senza un cambiamento dell’ intero modello organizzativo, a sua volta figlio di una strategia consapevole e condivisa, qualsiasi strato tecnologico, non importa quanto sofisticato genera al massimo «digitalizzazione», e non una vera e propria «trasformazione digitale».

Per capire se un’ organizzazione stia compiendo un percorso di trasformazione digitale basta chiedersi quanti dei servizi che eroga non potrebbero esistere senza tecnologia. Ogni anno incontriamo 2-3 casi eclatanti in cui il digitale ha rappresentato un asset centrale nella costruzione di un nuovo progetto. Ma ci sono tantissime realtà che si fermano ad un utilizzo superficiale del digitale, ad esempio pubblicando un sito web oppure trasferendo su file i dati che fino a ieri conservavano su carta. Quando la trasformazione digitale prende il via, invece, le funzioni organizzative smettono di operare come silos non comunicanti ed iniziano ad interagire come vere e proprie componenti di un unico team di progetto.
A questo punto c’ è una ibridazione tra le conoscenze individuali ed una osmosi fra «tecnici» e «non tecnici» che avvia un circuito virtuoso. In queste condizioni, la paura di cambiare, di generare un calo delle performance tale da minare la sopravvivenza stessa dell’ organizzazione, oppure da ledere quella umanità che tipicamente contraddistingue i servizi erogati da una non profit, lasciano lo spazio ad una posizione – per certi versi ontologicamente nuova – con la quale l’ organizzazione affronta le sfide che incontra nel perseguire la propria missione. Un’ organizzazione che riesce a fare questo passaggio è digitalmente matura, ovvero è riuscita a promuovere un insieme di conoscenze, competenze ed abilità che sono collettivamente possedute dai suoi membri.

Si tratta di un patrimonio intangibile distintivo, attraverso il quale questo tipo di organizzazioni è in grado di utilizzare il digitale non come un semplice accessorio «à la page», ma come una componente essenziale nella progettazione ed erogazione dei servizi.

La formazione gioca un ruolo fondamentale nel passaggio da organizzazione digitalizzata ad organizzazione digitalmente trasformata. La chiave di tutto sta nel creare spazi di confronto sistematico sulle strategie più efficaci nell’ attivare e sostenere un percorso di trasformazione digitale, perché occorre lavorare ad un cambiamento culturale sostenuto dalla condivisione di casi di successo che, a macchia d’ olio, finiscono per contaminare l’ intero comparto. Come si facilita questo passaggio? Per dirla con Bruno Munari, coltivando la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare. In una sola parola: sperimentando.

Fonte: articolo pubblicato su Corriere Buone Notizie (25.09.2018)


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