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Il tema della XX Edizione
WORLD-MAKING
Per un nuovo protagonismo del TERZO PILASTRO

L’orizzonte di una “Normalità trasformata”

L’emergenza che stiamo vivendo impone l’esigenza di “ri-attivare” percorsi di sviluppo a prova di futuro, percorsi pragmatici e trasformativi. Molto probabilmente stiamo iniziando una lunga “fase di transizione”, un momento privilegiato per sperimentare soluzioni innovative capaci di “resistere” al tempo e di proporsi come prototipi di un nuovo welfare e di una nuova economia più inclusiva. Lo shock che ha investito il mondo si sta dimostrando un fattore in grado di accelerare “la domanda di cambiamento” e di ridurre ulteriormente la platea di coloro che lottano per “continuare a fare come prima”. Il Coronavirus ha certamente dato un duro colpo al misoneismo (l’avversione all’innovazione), ma occorre ora capire il senso (il significato e la direzione) di una nuova strategia.

Il bivio e la prospettiva della “resilienza trasformativa”

L’intrigante bivio di fronte al quale si trova oggi il nostro paese è quello riguardante la scelta della strategia di uscita dalla crisi. Due le opzioni principali. Per un verso, quella del ritorno alla situazione precedente alla crisi, una volta apportati gli aggiustamenti urgenti e necessari. È questo il “modello dell’alluvione”: si attende che l’acqua rientri nell’alveo del fiume; si rinforzano poi gli argini del fiume; dopodiché si procede al “business as usual”. Per l’altro verso, c’è l’opzione della resilienza trasformativa (E. Giovannini), il cui obiettivo è quello di accrescere le capacità di resistenza del sistema nel confronto di future crisi di sistema. Se la prima opzione si rivolge alle fragilità, la seconda ha di mira tutti quegli interventi volti ad eliminare o, quanto meno, a ridurre sensibilmente le vulnerabilità del paese. Penso non vi siano dubbi intorno alla scelta da effettuare. Anche il conservatore più convinto non potrebbe non riconoscere che a poco varrebbe fare lo sforzo di diventare più resilienti se lo scopo fosse quello di conservare l’ordine sociale pre-esistente. Dopo tutto, perché mai sprecare l’occasione di una crisi così profonda per imprimere al sistema Italia un cambio radicale di passo?

Il ruolo emergente e propulsivo del Terzo Pilastro e dell’Economia Civile

Un contributo originale e decisivo per dilatare la sfera dell’inclusione, operando così una diversa redistribuzione del valore e un maggior coinvolgimento della società, consiste nel potenziamento de “Il terzo pilastro” (R. Rajan) ossia la comunità. È infatti impensabile affrontare la complessità dei dilemmi della contemporaneità senza la biodiversità contributiva di ciò che eccede fra STATO e MERCATO. Aumenta l’importanza ed il valore di proposte costruite “dal basso”: non è più ammissibile immaginare soluzioni politiche senza valorizzare i beni, le economie e l’intraprendenza che la società genera. Welfare Society e Prosperità Inclusiva sono passaggi non più rinviabili.

Questa visione, rilancia il valore di un’economia più civile fondata su un ordine sociale che trova la sua armonia “solo” superando il dualismo fra Stato e Mercato: il terzo pilastro (la Comunità) diventa perciò l’elemento “trasformativo” e non solo quello riparatorio o compensativo. Una “strategia trasformazionale” (S. Zamagni) indispensabile per superare i fallimenti dei territori (sempre più diseguali e vulnerabili), delle politiche pubbliche e della innovazione (dove la tecnologia e la conoscenza in assenza di adeguate forme di governance, rischiano di aumentare il “divide” e la disuguaglianza nella società).

Rilanciare il terzo pilastro nel nostro paese non significa fare apologia del valore del Terzo settore e della cooperazione, ma incorporare il valore della conversazione, dell’intelligenza collettiva, dei beni comuni, del mutualismo e dell’imprenditorialità sociale dentro (e non “a lato” o “dopo”) le politiche, quelle vere. La potenza trasformativa di questa visione “inclusiva” trova nel nostro paese non solo le proprie radici (Economia Civile), ma anche numerosi casi che restituiscono le prove che le cose possono cambiare veramente. Le sfide sociali a cui siamo chiamati sono dilemmi che chiedono non solo “un orizzonte e uno scopo”, ma anche un alto grado di interdipendenza e fiducia fra i cittadini e fra questi ultimi e le istituzioni.

Nell’era del “Post Covid” tanto le scelte economiche quanto quelle politiche rischiano di fallire velocemente non perché sbagliate, ma perché non hanno il sottostante che le sostiene, ossia la fiducia. Lo stesso può dirsi per quel che riguarda la globalizzazione e il digitale, che, senza una ri-composizione con il valore dei luoghi, rischiano di slegare e divaricare ulteriormente il senso di appartenenza di un popolo. Ora che la sfida ai cambiamenti climatici sta muovendo e trasformando il mercato non dobbiamo perdere l’occasione di mettere al centro il potenziamento e la capacitazione di comunità aperte.

“World Making”: dare forma al futuro

L’economia, come l’umanità, fiorisce dentro una dimensione relazionale dove al centro risiedono comportamenti e norme sociali, e non solo un governo e un mercato efficienti. Ha scritto il sociologo Ralf Dahrendorf: «La democrazia e l’economia di mercato non bastano. La libertà ha bisogno di un terzo pilastro per essere salvaguardata: la società civile. La caratteristica essenziale della società aperta è che le nostre vite si svolgono in “associazioni”, intese in senso lato, che stanno al di fuori della portata dello Stato». In questo senso – come ricorda ancora Dahrendorf – «la libertà ha bisogno della società civile, alla quale chiede spazi di azione che né il mercato né lo Stato sono in grado di assicurare». La dimensione inclusiva, come modalità di azione per perseguire la prosperità, chiede alle istituzioni tutte un profondo ripensamento dei propri modelli organizzativi, un’azione di change management (gestione del cambiamento) non più rinviabile, non solo per avviare un’irreversibile transizione climatica, ma per catalizzare competenze, motivazioni e risorse capaci di fare la differenza.

Proposte per un “cambiamento desiderato”

Tale riflessione risulterà tanto più utile e praticabile se si avrà la capacità di ascoltare chi già sta praticando il futuro (i giovani e chi alimenta processi d’innovazione sociale) proponendo progetti e percorsi che forniscono delle prime risposte, nella consapevolezza che, piuttosto che proporre un’immagine predefinita di “ciò che sarà”, sia più ragionevole cercare di individuare quelle variabili che sicuramente ne determineranno i tratti salienti. La costruzione del futuro è un atto del presente, è un già e non ancora che si nutre di aspirazioni e di azioni tese a un cambiamento desiderato: azioni radicali che intenzionalmente si propongono di cambiare l’attuale modello di sviluppo ormai non più sostenibile.

Per fare ciò occorre liberarsi dalle «passioni tristi», di cui ha scritto Baruch Spinoza, e tornare – come già avvenne al tempo dell’Umanesimo Civile – a coltivare la “capacità di aspirare”, che è quella capacità delle persone di partecipare alla costruzione delle rappresentazioni simboliche che danno forma al futuro. Ecco, allora, che qualsiasi azione di World Making (costruzione del futuro) ci rilancia verso la madre di tutte le sfide ossia il ripensamento radicale della natura delle istituzioni e su come queste generano e condividono valore. Un’azione per ridisegnale e costruire un ordine sociale capace di perseguire uno sviluppo autenticamente integrale e sostenibile è quanto mai urgente.

Conviene quindi interrogarsi intorno ai punti qualificanti di un progetto trasformativo capace di incidere profondamente sulle cause strutturali del declino che affligge il nostro paese da oltre un quarto di secolo. De-burocratizzazione, promuovere una visione di Stato facilitatore, rifondare il sistema fiscale, risignificare il lavoro rigenerando la cultura d’impresa ed i modelli di organizzativi, promuovere un welfare comunitario e universalistico. Cinque sono i vettori su cui intervenire mettendo al centro il “terzo pilastro” ossia la comunità, la società e tutta biodiversità che da esse si genera.

Il fatto della possibilità è sempre la combinazione di due elementi: le opportunità e la speranza. È sbagliato pensare che perché qualcosa possa realizzarsi sia necessario intervenire solamente sul lato delle opportunità, vale a dire sul lato delle risorse e degli incentivi. Invero, i problemi che abbiamo di fronte non si risolvono invocando un mero aumento di risorse, anche perché buona parte dei nostri problemi sono dovuti a un eccesso di risorse (si pensi alla competizione cosiddetta posizionale e ai guasti che essa sta provocando). Quel che è necessario perché la possibilità abbia a realizzarsi è insistere sull’elemento della speranza, la quale non è mai utopia. Essa si alimenta con la creatività dell’intelligenza politica e con la purezza della passione civica.

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AICCON

AICCON è il Centro Studi promosso dall'Università di Bologna, dal movimento cooperativo e da numerose realtà, pubbliche e private, operanti nell'ambito dell’Economia Sociale, con sede presso la Scuola di Economia e Management di Forlì.

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