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Il tema della XXI Edizione
GENERAZIONI
La sfida della Sostenibilità Integrale

Una prospettiva sostenibile per uscire da una crisi entropica

Due sono i principali tipi di crisi che è possibile rintracciare nella storia delle nostre società: dialettica l’una, entropica l’altra. Dialettica è la crisi che trae origine da un qualche conflitto che prende corpo in una determinata società, ma che contiene, al suo interno, le forze del proprio superamento. Questo non implica necessariamente che l’uscita dalla crisi rappresenti un progresso rispetto alla situazione precedente. Entropica, invece, è la crisi che tende a far collassare il sistema per implosione, senza essere in grado di modificarlo con le sue sole forze.

Perché la distinzione è importante? Perché la fase che stiamo vivendo appartiene certamente alla seconda delle tipologie descritte. Un fattore non secondario, poiché sono diverse le vie di uscita dai due tipi di crisi. Non si esce da una crisi entropica solamente con provvedimenti legislativi, con aggiustamenti di natura tecnica, con l’immissione di risorse economiche – seppur necessarie – ma affrontando “di petto” la questione del senso inteso come significato e direzione dell’agire presente e futuro. Nell’edizione 2020 delle Giornate di Bertinoro abbiamo parlato di “world making” proprio con l’intento di spingere le decisioni pubbliche, economiche e sociali verso un orizzonte trasformativo. Non si transita senza trasformarsi. Il cambiamento chiede di immaginare e co-produrre nuove “rappresentazioni che danno forma al futuro” (cit. A. Appadurai). Un percorso che passa da una nuova Generazione di istituzioni, di politiche e di nuove forme di creazione del valore.

La sostenibilità? Integrale, oppure non sarà

Se è vero che viviamo in un’epoca di trasformazioni, l’approccio statico – per il quale ciò che conta è sostanzialmente un miglioramento della situazione presente – chiede di essere sostituito da una visione dinamica che si prende il rischio di costruire il futuro (tema discusso nell’edizione del 2019), avendo alla base una spinta ideale capace di dare forma alla realtà, sia essa economica o sociale.  Una visione questa, particolarmente rilevante in una fase in cui il rilancio è guidato prevalentemente da corposi investimenti nel digitale e nel green: due vettori imprescindibili per immaginare “il dopo”, ma che non sono in grado di garantirci che una società più connessa sia più umana e che un’economia più green sia necessariamente anche più inclusiva e equa. Occorre superare la tentazione di una visione di sostenibilità spesso decodificata con strategie di mera ottimizzazione dei processi. L’ottimizzazione, infatti, si limita a superare il tradizionale modello di produzione lineare, tenendo conto di un vincolo di natura ecologica e utilizzando le potenzialità del digitale come mezzo per “efficientare”.  La prospettiva della sostenibilità integrale che Le Giornate di Bertinoro vogliono ulteriormente approfondire, non mira solo ad una piena valorizzazione delle risorse, ma assume la produzione e la condivisione del valore come una tensione alla “fioritura umana” e al potenziamento della comunità. Una posizione questa che dilata lo spettro del paradigma dello sviluppo sostenibile, introducendo oltre alla dimensione ecologica, economica e sociale, una quarta dimensione, quella antropologica che trova nel “community building” la modalità più adeguata per prendersi cura di sé e dell’ambiente in cui viviamo. Un “salto di scala” nella definizione della catena del valore e degli assetti di governance che sono alla base delle scelte pubbliche.

La centralità dei dilemmi etici e l’ascesa delle alleanze di scopo

Può sembrare un gioco di parole, ma in fondo le crisi non sono altro che cambiamenti che domandano, sollecitano un cambiamento: più la crisi è profonda e più la domanda sul cambiamento atteso e agito deve essere radicale. Una radicalità da perseguire “insieme”, un processo che non può essere appannaggio di fughe solitarie e separate (il Terzo settore da una parte, l’impresa for profit dall’altra; il mercato da un lato e la comunità dall’altro), perché la crescente vulnerabilità e la prospettiva di uno sviluppo diverso, ossia più inclusivo, richiedono una maggiore mutualità.  In questi due anni, infatti, il vero fattore di resilienza è passato dall’attivazione di una vasta intelligenza collettiva che ha fatto emergere la rilevanza del “fattore comunitario”. In altri termini, è riemerso il DNA di un territorio: il suo capitale sociale e culturale nonché il suo “capitale connettivo”. Da questa evidenza nasce la consapevolezza sempre più profonda che le sfide si giochino nella nostra capacità di rispondere a dilemmi etici”.

Dilemmi che mettono al centro la necessità di alimentare interdipendenze e cooperazione intorno alle sfide socio-economiche del futuro. Alleanze che disegnano un diverso livello d’intermediazione, non più costruita su interessi comuni, ma su missioni profondamente concrete e trasformative. Se la sfida del presente è sul senso, allora le alleanze devono prendersi il rischio di condividere non solo i mezzi, ma anche i fini, ossia diventare “alleanze di scopo”. Ed è proprio su questo fronte che si gioca la partita, molto concreta, del cambiamento organizzativo a cui anche le istituzioni dell’Economia Civile sono chiamate. L’obiettivo infatti consiste nel costruire organizzazioni che siano sempre più “sense maker”, in grado cioè di costruire e condividere significati nei processi produttivi e nelle scelte pubbliche.

Fiducia e beni comuni: la necessità di nuove governance “tripolari”

Un’ulteriore premessa per sciogliere i dilemmi etici di questa fase è quella di uscire dallaquarantena della fiducia”. La fiducia, infatti, non è un vago “sentimento”, ma la possibilità concreta che un bene possa essere condiviso, che le transazioni e gli scambi di mercato possano essere più efficienti, che le politiche possano avere impatto sociale. Senza un programma che alimenti la fiducia, diventa difficile immaginare uno sviluppo “integralmente sostenibile”. La generazione di fiducia richiede però scelte e decisioni, necessita di un ambiente amico, non solo dei beni privati e dei beni pubblici, ma anche dei “beni comuni”. La scoperta – si fa per dire – che la salute di ciascuno dipende da quella di tutti gli altri, significa che la salute è, tecnicamente, un bene comune globale – vale a dire né un bene pubblico né un bene privato – e come tale va gestito. Già la scienziata politica americana Elinor Ostrom aveva anticipato nel suo celebre “Governing the Commons” del 1990 che la gestione di un bene comune non può essere né di tipo privatistico né di tipo pubblicistico, né ancora di tipo misto – sia pure in qualche modo aggiustati – ma di tipo comunitario. Quanto a dire che il modello di riferimento non può essere quello bipolare “Stato-Mercato”, ma quello tripolare “Stato-Mercato-Comunità”, secondo il quale tutti e tre gli attori devono interagire tra loro, su basi paritetiche, nelle fasi sia della co-programmazione sia della conseguente co-progettazione. Una sfida che riguarda in particolare gli enti del Terzo settore, dell’economia sociale e civile ma non tanto perché unici “rappresentanti” del pilastro comunitario, ma per il fatto di saper combinare la tripolarità che fonda il nuovo contratto sociale, in particolare nella creazione del valore.

Il valore e l’urgenza di economie prossime e inclusive

Abbiamo bisogno di ridisegnare il “campo di gioco” e l’arena dentro cui economia, politica e società operano, trasformando i fattori emergenti, in nuovi “processi istituenti”. La necessità di nuove soluzioni ai dilemmi etici delle contemporaneità, alimenta la necessità di reti, organizzazioni e imprese di natura inclusiva, cioè quelle istituzioni che tendono a facilitare l’inclusione nel processo produttivo di tutte le risorse, soprattutto di lavoro, assicurando il rispetto dei diritti umani fondamentali e la riduzione delle disuguaglianze sociali, in contrapposizione a quelle di natura estrattiva fino ad ora prevalenti. Economie e istituzioni capaci di ri-appropriarsi della dimensione di luogo e di prossimità. La prossimità diventa così il fattore generativo su cui calibrare la riorganizzazione dei servizi, e della gestione delle dinamiche sociali nelle città e l’innesco di nuove economie e imprese di luogo (es. le cooperative di comunità) capaci di riattivare occupazione e speranza nelle aree più interne del paese.  Economie e servizi di prossimità su cui rilanciare il protagonismo e gli investimenti del Terzo Pilastro (dal volontariato alla cooperazione) poiché capaci, non solo di alimentare nuove soluzioni di cura e assistenza, ma anche di sviluppo endogeno. La prossimità, infatti, non è appena un fattore che accelera e rende possibile il mutualismo, ma anche uno straordinario strumento d’innovazione quando riesce ad identificarsi come luogo di “conoscenza condivisa”.

 

Ri-costruire lo spazio politico. Il ruolo distintivo del Terzo Pilastro nel PNRR

Curare le ferite della pandemia e immaginare il “dopo” richiede azioni trasformative e non solo un’ampia e profonda azione di redistribuzione. Il presidente Draghi nel discorso d’insediamento del Governo al Senato ha ricordato come “l’unità sia un dovere”: un dovere da perseguire valorizzando la biodiversità degli apporti.  In altri termini, occorre ricomporre lo “spazio politico” eroso nel tempo da una visione che ha sovrapposto la dimensione “partitica” a quella “politica”. In questa ricomposizione le istituzioni e imprese che generano beni relazionali, reti di solidarietà, servizi di cura e mutualismo hanno un ruolo imprescindibile per la loro natura di organizzazioni orientate all’interesse generale.   Il PNRR Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza diventa così un banco di prova decisivo per sperimentare “alleanze di scopo” sulle missioni d’interesse pubblico. Se è vero che il Terzo settore deve aver il coraggio di proporsi e pensarsi come “asset-holder” – ossia portatore di risorse (per certi versi non surrogabili da altri) – e non solo come “need-holder” (portatore di bisogni), è altrettanto indispensabile che la Politica maturi la consapevolezza che la vita democratica non riguarda solo le procedure, ma la definizione di uno spazio aperto che non può fare a meno di legami sociali, di cittadinanza attiva, di imprenditorialità sociale e di mutualismo.

Aprire una nuova fase nel Paese implica un impegno politico capace di alimentare e sostenere l’entusiasmo per un’azione comune e per la creazione di luoghi ed economie dove la persona possa costruire progetti all’altezza dei propri desideri. La sfida del PNRR si giocherà nel trasformare la spesa in leva per uno sviluppo sostenibile e inclusivo; diventerà perciò necessario aprirsi a reali processi partecipativi e nuove governance territoriali. Occorre aprire una nuova fase “contributiva” dove cittadini, lavoratori, imprese e istituzioni possano essere considerati soggetti protagonisti della ripartenza. Abbiamo bisogno di una “buona politica” per generare “futuro buono”. Nella società e nel Terzo settore c’è una forte domanda di “buona politica” che ascolta, che si mette in relazione e co-progetta con quelle istituzioni che con essa condividono la tensione al “bene comune”. La generatività delle risorse europee passerà dalla nostra capacità di costruire alleanze di scopo intorno ad obiettivi qualificanti e misurabili in termini di equità e lavoro. Politiche che partono dalla premessa che lo Stato innovatore è innanzitutto uno Stato sussidiario e che la costruzione del futuro passa inesorabilmente dal credito e dal potere che sapremo dare a chi sta già praticando il futuro, ossia le nuove generazioni.

“Preparare il futuro” e non “prepararsi per il futuro” è espressione ricorrente negli scritti di Papa Francesco. Preparare il futuro significa sottrarre la nostra comunità alla tirannia del determinismo e del “passato che ritorna”. L’atteggiamento adattivo dell’esistente, purtroppo ancora molto diffuso, è di chi non ama la libertà e di chi non sa che è la speranza che sprona all’azione. Perché solo chi è capace di sperare è anche capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell’esistente.

 

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AICCON

AICCON è il Centro Studi promosso dall'Università di Bologna, dal movimento cooperativo e da numerose realtà, pubbliche e private, operanti nell'ambito dell’Economia Sociale, con sede presso la Scuola di Economia e Management di Forlì.

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