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Editoriale di Stefano Zamagni pubblicato sul numero di settembre del mensile Vita (www.vita.it).

Quest’anno alle Giornate di Bertinoro 2015 debutta una nuova definizione per gli operatori del Terzo settore: i trasformatori.

La sessione di apertura, infatti, si intitola “Dall’esecuzione alla trasformazione”: un’affermazione non scontata come si capisce se la si aggancia ai due tipi di trasformazione dell’ordine sociale che storicamente sono stati proposti in momenti di crisi.

La prima strada, che ormai non è più percorribile, è la strategia rivoluzionaria. Chi conosce la storia sa come sono nate le rivoluzioni: a fronte di un modello di ordine economico e sociale imperante ma rifiutato dalla maggioranza, lo status quo si modifica in modo improvviso e repentino, a volte violento. Questa modalità, che fino a circa 25 anni fa era ancora in agenda, visto che due terzi dell’umanità viveva all’interno di un ordine sociale che escludeva l’economia di mercato (blocco sovietico, Cina, molti Paesi del Sudest asiatico e dell’America Latina) evidentemente non è più perseguibile.

Rimane dunque l’altra strategia, quella riformista, che è molto più attuale e sulla quale vorrei fissare brevemente l’attenzione proponendo un esempio: quando si guasta l’auto, il meccanico può cambiare il pezzo rotto, anche se si rende conto che sarebbe tutto il motore da sostituire. Prova ad andare avanti per un po’, ma sa che prima o poi si dovrà intervenire in modo radicale. Il riformismo, sia quello di destra che quello di sinistra, funziona così: mette delle pezze a un motore che ormai stenta a funzionare.

Questa strategia non basta più, perché non è in grado di affrontare “il” tema dei nostri tempi, che è quello dell’inclusione. Se ci si fa caso, infatti, si vedrà che i riformisti non parlano mai di inclusione, ma di migliorare alcuni parametri economici come il Pil, la crescita o il tasso di investimenti. Non che questi elementi non siano necessari, ma così facendo ci si dimentica del fatto che in questa fase storica non esiste più alcuna garanzia che aumentando i parametri economici tradizionali si allarghino anche le sfide dell’inclusione. Anzi, negli ultimi vent’anni abbiamo visto aumentare questa sfera con la nascita di una nuova categoria sociale. Sono i surplus people, per usare un’espressione inglese, cioè coloro che, a differenza dei disoccupati che un domani potrebbero rientrare nel mercato del lavoro, sono invece espulsi da tutti i circuiti economici per colpa del loro insufficiente livello intellettuale e culturale, o per la loro disabilità, o ancora per il fatto di appartenere a determinate etnie. Sono scarti, quindi si “buttano via” senza possibilità di recupero. Ebbene, a loro si rivolge una terza strategia, innovativa e tipica del Terzo settore, che è la strategia trasformativa.

La funzione storica che oggi attende al mondo del non profit non è più quella di tappare buchi e colmare lacune, ma quella di trasformare quei pezzi più o meno grossi della macchina economica e sociale che tendono a generare esclusione e surplus people, invertendo la tendenza.

Si tratta di una grande missione che finalmente potrà offrire dignità agli scartati, a cui giustamente non basta la compassione pubblica nè quella privata. Una missione che è in parte già in atto – si pensi al ruolo delle cooperative sociali – e che potrà essere valorizzata anche dalla riforma del Terzo settore.

Fonte: Vita 

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LE GIORNATE DI BERTINORO PER L’ECONOMIA CIVILE | 9-10 ottobre 2015

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AICCON è il Centro Studi promosso dall'Università di Bologna, dal movimento cooperativo e da numerose realtà, pubbliche e private, operanti nell'ambito dell’Economia Sociale, con sede presso la Scuola di Economia e Management di Forlì.

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