Articolo di Paolo Venturi e Stefano Zamagni
C’è un’immagine che racconta il momento che attraversiamo meglio di qualunque definizione: una pietra sospesa a mezz’aria, che sfida la gravità non per un prodigio ma per la rete di fili che la trattiene. Ogni filo è una relazione, ogni relazione una scelta, ogni scelta un atto di immaginazione che si fa concreta. È così che lavora l’economia sociale quando è davvero sé stessa: tiene insieme ciò che sembra impossibile, non con la forza ma con i legami. Su questa immagine si apre la XXVI edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, che il 9 e 10 ottobre 2026 sceglie come titolo una parola sola, scritta volutamente come una tesi: ImmaginAzioni. L’immaginario che non diventa azione si spegne come brace senza fiamma; l’azione che non nasce da un immaginario si consuma nella gestione dell’esistente. Solo quando i due termini si tengono, quando il desiderio collettivo trova pratiche, relazioni e istituzioni capaci di dargli forma, si produce una trasformazione reale e desiderata. È in questa tensione, e non altrove, che si gioca la forza del sociale.
Siamo dentro un cambiamento d’epoca che per le organizzazioni della società civile rappresenta un “terzo tempo”: dopo la stagione della nascita e quella del riconoscimento istituzionale si apre una fase che non ammette rinvii e che mette di fronte a un bivio. Da un lato la normalizzazione silenziosa: adattarsi, ottimizzare, sopravvivere dentro un sistema che tende a erodere ogni identità trasformativa, fino a confondere la sopravvivenza con l’adattamento passivo. Dall’altro la scelta di lasciarsi guidare da un immaginario abbastanza forte da resistere alle pressioni dell’isomorfismo, abbastanza concreto da produrre cambiamento misurabile, abbastanza desiderabile da attrarre le energie delle nuove generazioni.

Il cuore di questa scelta ha un nome antico e necessario: intraprendenza. Non l’azione come agitazione o come reazione all’emergenza, ma il gesto con cui si introduce nel reale ciò che ancora non c’era, riscoprendo lo scopo, il fine orientativo, come tratto di chi accetta di rischiare in nome di un’idea di mondo. Le istituzioni a movente ideale, come ha mostrato Henry Mintzberg, conoscono fasi: nascono dalla visione, si strutturano, tendono a burocratizzarsi e, se trovano energie rinnovatrici, si re-inventano. Il terzo tempo è precisamente il momento della re-invenzione: un mutualismo aumentato che ritrova senso, un’impresa sociale che recupera la propria vocazione comunitaria, una filantropia che sceglie il cambiamento sistemico invece del rifugio consolatorio, un volontariato che riscopre la dimensione del dono. Un atto fondativo che non azzera il passato ma che lo riscopre e rigenera.
Questa riscoperta non riguarda soltanto il Terzo settore: riguarda il Paese. Il terzo pilastro, accanto allo Stato e al mercato, non è la riserva dove si gestiscono i bisogni che nessun altro vuole. È il luogo dove si genera capitale sociale, si costruisce fiducia, si tengono insieme le identità collettive senza le quali una democrazia non regge. Per questo il suo terzo tempo è una posta in gioco di sviluppo nazionale. Lo è quando affronta il deficit democratico non con più procedure, ma con più reale condivisione del potere. Lo è quando legge l’intelligenza artificiale non come scenario a cui adattarsi passivamente, ma come possibile intelligenza mutualistica e comunitaria, e lo è quando rivendica un sistema di misurazione all’altezza della propria missione, perché ciò che non si conta resta invisibile, e ciò che resta invisibile non entra nelle scelte pubbliche.
C’è infine una scala senza la quale tutto questo rischia di restare locale e frammentato: l’Europa. Il terzo tempo sarà europeo o non sarà: nella visione, nelle alleanze, nella capacità di produrre standard e modelli che attraversino i confini nazionali. Un contributo italiano, con la sua tradizione di economia civile, di cooperazione e di volontariato organizzato, a un immaginario che non può restare nazionale. Resta l’immagine di apertura, la pietra sospesa. Ci ricorda che la speranza, quando è seria, non è attesa ma una virtù militante: non aspetta che le cose accadano, contribuisce a farle accadere. È questo l’invito che dalle Giornate di Bertinoro vuole arrivare al Paese: smettere di esibire buone pratiche e iniziare a immaginare, insieme, le istituzioni e soluzioni che ancora mancano. Un Paese che voglia svilupparsi non può permettersi di lasciare il sociale ai margini del proprio immaginario.
Fonte: VITA
