Quasi 372 mila organizzazioni, 938 mila dipendenti e una fitta rete di relazioni che coinvolge nove istituzioni non profit su dieci. È la fotografia che emerge dai due contributi dell’Istat presentati durante la XXVI edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, che consentono di osservare il settore da due prospettive complementari: da un lato la sua consistenza, le caratteristiche e il peso occupazionale, dall’altro la capacità delle organizzazioni di costruire relazioni, fiducia e capitale sociale.
A tracciare la fotografia strutturale del settore è Massimo Lori, ricercatore Istat, che ha presentato i dati del Censimento delle istituzioni non profit. Nel 2024 le istituzioni non profit attive in Italia sono 372.384, in aumento dello 0,5% rispetto al 2023, mentre i dipendenti raggiungono quota 938.152, con una crescita del 2,8%. Il dato mostra un settore che continua a crescere soprattutto sul fronte occupazionale, confermando il ruolo del non profit anche come componente significativa del mercato del lavoro.
Il quadro restituito da Lori evidenzia inoltre una realtà fortemente articolata. Le associazioni rappresentano l’85,2% delle istituzioni non profit, mentre tra le diverse qualifiche giuridiche si registrano dinamiche differenti: crescono in particolare le APS e le altre categorie di ETS, mentre diminuiscono cooperative sociali, ASD/SSD, Onlus e imprese sociali. Le fondazioni, pur rappresentando il 2,5% del totale, registrano una crescita dell’8,6% rispetto al 2023.
Anche la distribuzione territoriale restituisce un quadro non uniforme. Le istituzioni non profit sono maggiormente presenti nel Nord e nel Centro, mentre il Mezzogiorno mostra la maggiore dinamica di crescita: nel Sud le organizzazioni aumentano dell’1,7% rispetto al 2023. Sul fronte occupazionale, invece, sono le Isole a registrare la crescita più significativa, con un incremento dei dipendenti del 6,3%.
Se i dati presentati da Lori descrivono dunque la dimensione e le caratteristiche del settore, il contributo di Sabrina Stoppiello, Stefania Della Queva e Manuela Nicosia, sempre dell’Istat, propone una lettura diversa e complementare: non solo quante sono le organizzazioni e quante persone impiegano, ma che cosa producono le loro relazioni e quale ruolo svolgono nella costruzione della coesione sociale.
L’analisi, basata sui risultati preliminari della rilevazione campionaria del Censimento permanente delle istituzioni non profit, prova infatti a osservare una dimensione difficilmente rappresentabile nei tradizionali indicatori economici: fiducia, capitale relazionale, cura e coesione. L’obiettivo è comprendere il ruolo del settore non profit nella costruzione di un modello di sviluppo inclusivo, capace di potenziare le comunità e ridurre le disuguaglianze.
Uno dei primi elementi che emerge è la forte presenza di finalità orientate all’interesse generale. Nel 2024 il 70,1% delle istituzioni non profit, circa 258 mila organizzazioni, dichiara di perseguire una o più finalità specifiche. Tra queste, il sostegno e il supporto a soggetti deboli e/o in difficoltà riguarda il 48,3% delle organizzazioni, la promozione e tutela dei diritti il 43,3% e la cura e sviluppo dei beni comuni il 43,1%.
Ma è soprattutto il dato sulle reti a offrire una chiave di lettura originale. Nel 2024 il 90,5% delle istituzioni non profit ha strutturato relazioni significative con soggetti del territorio, una quota in crescita rispetto al 2021. Nove organizzazioni su dieci, quindi, agiscono attraverso connessioni con altri soggetti, attivando risorse, collaborazione e fiducia e contribuendo a costruire quello che l’analisi definisce il tessuto connettivo di una comunità.
La questione delle relazioni assume un significato particolare se inserita nel più ampio quadro della fiducia nella società italiana. Nel 2024 la fiducia generalizzata riguarda il 22,5% della popolazione, mentre la partecipazione civica e politica è scesa al 59,6%, rispetto al 68,7% del 2013. Famiglia, amici e reti personali continuano a rappresentare punti di riferimento importanti, ma appare più difficile trasformare queste relazioni in partecipazione associativa, volontariato e forme continuative di impegno collettivo.
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