Se l’Italia (ri)scopre l’economia civile

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  • 25 Settembre 2015
  • di Rossella De Nunzio

Articolo di Enrico Fontana pubblicato su L’Unità il 23 settembre 2015

Le radici nella Napoli del Settecento, tra le capitali culturali d’Europa. Il cuore nel variegato universo che va dalla cooperazione alla finanza etica,  passando per i consumatori dei gruppi di acquisto solidale e le imprese socialmente responsabili. La mente distribuita in un network di Università e centri di formazione che connette la Lumsa e Tor Vergata, a Roma, con la Scuola di economia, management e statistica di Forlì e l’Istituto universitario Sophia di Loppiano, in provincia di Firenze. E’, in sintesi, il “ritratto” dell’economia civile: una risposta tutta italiana alla crisi, profonda, che sta attraversando la società in cui viviamo.

Cancellata per secoli dal panorama del pensiero economico sotto i colpi del liberismo dominante, l’economia civile è riemersa carsicamente oggi, grazie all’impegno di studiosi e ricercatori, “applicati” al cambiamento possibile. Senza pregiudizi e barriere ideologiche, ma con un sistema di valori forte e condiviso: la centralità della persona e dei beni comuni, il mercato come luogo di cooperazione sottratto alla schiavitù del Pil, la lotta alle disuguaglianze sociali e l’obiettivo della felicità pubblica. Quella dell’economia civile, del resto, è da sempre una storia di “contaminazioni” e di “pensatori eretici”. Solo per fare un esempio, Antonio Genovesi, considerato il padre fondatore con le sue Lezioni di economia civile pubblicate a Napoli tra il 1765 e il 1767, era un abate ma i suoi scritti vennero messi all’indice dalla Chiesa.

Non stupisce, allora, se movimenti laici, come quelli che hanno portato alla nascita delle cooperative, e religiosi, come i focolarini e la loro economia di comunione ispirata da Chiara Lubich, s’intreccino sempre di più. E facciano da retroterra culturale a una nuova stagione di consumerismo.

«Quando i consumatori decidono di votare con il portafoglio, i risultati si vedono», raccontata Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all’Università di Tor Vergata. «In Italia è nato, partendo da queste riflessioni, il movimento degli slotmob, contro il gioco d’azzardo. E si stanno organizzando sempre più spesso i cash-mob presso supermercati e centri commerciali, per promuove l’acquisto di prodotti equosolidali ».

Sono i nuovi «consum-attori», come li definisce Becchetti nel suo libro «Wikieconomia-Manifesto dell’economia civile», che animano campagne in tutto il mondo. Dopo i giudizi espressi con 700.000 “voti” pubblicati sul sito della campagna Behind the brands («Scopri il marchio »), promossa dalla ong Oxfam, 8 multinazionali dell’agroalimentare su 10 hanno investito di più in diritti sociali e ambiente. E la diffusione dei fondi etici sta cambiando la finanza. I nuovi strumenti hanno raggiunto negli Stati Uniti una quota pari al 15 per cento del mercato. In termini di somme gestite, è l’equivalente del Pil del Brasile e del Canada messi insieme.

Nella “rivoluzione copernicana” dell’economia civile ce n’è per tutti: «Il mondo della cooperazione e del cosiddetto Terzo settore devono cambiare profondamente, passando da un concetto meramente redistributivo di quanto investe lo Stato alla capacità di generare risorse per un nuovo welfare. Questo deve capire la sinistra, uccisa dallo statalismo», sentenzia Stefano Zamagni. Già presidente dell’Agenzia per le Onlus con il secondo governo Prodi, ex preside della Facoltà di Economia di Bologna, Zamagni è l’animatore delle «Giornate di Bertinoro», arrivate quest’anno alla quindicesima edizione e organizzate da Aiccon, l’associazione per la cultura della cooperazione e del non profit.

«L’economia civile ha bisogno di strumenti finanziari nuovi, come le obbligazioni di impatto sociale – sostiene Zamagni – ma serve una chiara decisione politica che consenta di farlo». E’ quello che dovrebbe accadere con l’approvazione della nuova legge sul Terzo settore, che tarda ad arrivare. E che in parte si sta già verificando, con la destinazione alla cooperazione e alle imprese sociali da parte del Cipe, nell’agosto scorso, di 200 milioni di euro.

«E’ già tutto scritto nella Costituzione – ricorda ancora Zamagni – basta andarsi a rileggere gli articoli 42 e 43, con quel modello tripolare fondato sul privato, il pubblico e il civile. In questi decenni si è dimenticata la terza gamba, quella del bene comune». Ora che si è rimessa in cammino, l’economia civile deve poter contare su “gambe” più robuste. «E’ l’obiettivo dei nostri corsi di alta formazione, nati per diffondere una nuova cultura d’impresa », racconta Silvia Vacca, presidente del Consiglio d’amministrazione della Scuola di economia civile (www. scuoladieconomiacivile.it).

«Dobbiamo rompere la separazione tra economico e sociale – sottolinea Paolo Venturi, direttore di Aiccon – perché non basta più “riparare i danni”.

Servono una nuova economia e indicatori che ne misurino gli effetti», magari sulla falsariga del Bes, l’indice del benessere equo e sostenibile elaborato dall’Istat. Anche perché il Pil, come ricordò Robert Kennedy in un memorabile discorso il 18 marzo del 1968, «misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».

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