Beni comuni e Economia Civile

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  • 1 Settembre 2014
  • di Stefano Zamagni

Contributo di Stefano Zamagni, Università di Bologna – Presidente Commissione Scientifica di AICCON

La problematica dei beni comuni – sintagma che corrisponde all’inglese commons – è letteralmente esplosa nell’ultimo quarto di secolo. Va però ricordato che la prima riflessione sistematica in ambito economico sul tema risale ad oltre un secolo fa quando l’economista americana Katharine Coman pubblicò sull’American Economic Review nel 1911 il saggio “Some unsettled problems of irrigation”. E’ però William Lloyd (1832) il primo autore a descrivere quel fenomeno che poi diverrà noto come “tragedia dei beni comuni” in due lezioni tenute all’Università di Oxford nel 1832. (1) D’altro canto, la letteratura sulle peculiarità della gestione dei beni comuni risale al lavoro di S. Gordon (1954). Ma già Aristotele, trattando delle forme alternative di proprietà in relazione a tipologie diverse di beni, aveva scritto nell’Etica Nicomachea: “Ordunque è meglio, come ben si vede, che la proprietà sia privata ma che si faccia comune nell’uso: abituare i cittadini a tale modo di pensare è compito particolare del legislatore”.

Ciò ricordato, non si può non ammettere che è solamente nell’ultimo trentennio che quella dei beni comuni è diventata una delle più acute questioni, a livello di discorso pubblico, nei paesi ad avanzato grado di sviluppo. Beni quali aria, acqua, clima, fertilità della terra, sementi, biodiversità, conoscenza, cultura, ecc., stanno ponendo sfide inedite per il futuro dell’umanità. La conservazione o riproduzione di questi beni, siano essi globali o locali, materiali o immateriali, è condizione essenziale per il mantenimento di un ordine sociale democratico. I beni comuni esistono da sempre, ma è solo di recente che si è presa coscienza di ciò che costituisce la loro essenza, che è quella di costituire il limite, oltrepassato il quale si consuma la “tragedia”.

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