Il Terzo settore e la sfida delle piattaforme digitali

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  • 27 settembre 2018
  • di Rossella De Nunzio

zamagni-2018Articolo di Stefano Zamagni, Presidente Commissione Scientifica AICCON

Un grande tema dei nostri giorni è l’impatto che la “quarta rivoluzione industriale”, nota anche come “rivoluzione delle tecnologie convergenti”, avrà sul Terzo settore.

Fino ad ora, nel discorso pubblico, l’accento — e non poteva essere diversamente — è stato posto sulla dimensione produttiva. Si è parlato allora di industria 4.0, e fintech, termine che definisce l’ingresso delle nuove tecnologie nella finanza. Posto l’accento sulla dimensione produttiva, ora si tratta di porlo sulla dimensione sociale, relazionale, etica della rivoluzione 4.0.

Fino ad oggi, infatti, si è trascurato di concentrare l’attenzione sull’impatto delle nuove tecnologie convergenti sul variegato mondo del Terzo settore.

Anche perché il Terzo settore è stato — e, in molti casi, si è presentato — come mero campo di applicazione delle tecnologie che sono alla base di questa rivoluzione. Ma il Terzo settore deve essere soggetto e, come tale, dire la sua, non mero oggetto di conquista. Non possiamo tollerare oltre una disattenzione di questo tipo. Potrebbe esserci fatale. Possibile che cooperative, cooperative sociali, imprese sociali, fondazioni non si pongano la questione?

Che cosa si chiede, allora, al Terzo settore?
Si chiede di porsi nel mezzo, come attore efficace, non solo nei processi di mediazione, ma anche in quelli di trasformazione.

Primo punto. Il Terzo settore deve poter controllare gli algoritmi, soprattutto nell’ambito dell’Intelligenza artificiale, per una sorta di mutualismo 4.0. L’alternativa è che quel controllo venga esercitato unicamente nel loro interesse dalle grandi imprese di tipo capitalistico.
Secondo punto. La frase oramai da tutti usata di “responsabilità sociale dell’impresa” come cambia in un contesto di rivoluzione industriale 4.0?

Come cambia e, soprattutto, che cosa cambia in questa responsabilità sociale dell’impresa in questa nuova stagione?

Terzo punto. Le piattaforme: così come abbiamo favorito la biodiversità nei settori tradizionali dell’economia — ed è stata la grande novità delle imprese sociali e prima ancora delle cooperative sociali — ora che si apre il nuovo grande territorio delle piattaforme digitali va favorita una
“biodiversità 4.0”. Perché si deve a priori escludere la forma cooperativa nella gestione delle piattaforme stesse?

Quarto punto. Bisogna fare in modo che il comando sia sempre nelle mani dell’uomo. Delegare agli algoritmi e all’Intelligenza artificiale le scelte cruciali in termini di sociale, mutualismo, welfare significa cedere a una forma incrementata di utilitarismo digitale. Il fine primo e ultimo deve essere la condivisione del benessere. Una forma di mutualismo che irrora col proprio spirito forme e piattaforme. Portare la sfida su questo punto, in questa fase di grande trasformazione, è un compito al quale il nostro mondo non può sottrarsi. Il tutto deve avvenire avendo ben chiaro che il contesto del dibattito, oggi, nel mondo vede impegnati due fronti.
Da un lato, coloro che difendono le ragioni del transumanesimo («l’uomo è superfluo, va superato): sono i grossi gruppi che hanno nell’informatico Raymond Kurzweil, il capo del centro studi di Google, il loro “profeta”. Dall’altro lato, c’è la prospettiva di un nuovo umanesimo.
La disfida è dunque fra transumanesimo e neoumanesimo. Neoumanesimo significa questo: riprendere il grande tema del XV secolo, quando sembrava che ci fosse la fine del mondo e le macchine avessero il sopravvento sull’uomo. Riprendere, intendo dire, sfida e risposta: la risposta, ora
come allora, è l’uomo. Serve dunque al nostro settore una presa di posizione chiara, che incorpori neoumanisticamente, ciò che sta avvenendo sul fronte delle nuove tecnologie dentro il proprio paradigma valoriale e, soprattutto, dentro i valori principiali. Su altri valori non principiali, si può anche discutere e negoziare, ma sui valori principiali non c’è negoziazione tollerabile. A chi ritiene l’uomo un’anticaglia problematica superata e superabile, si risponde che l’uomo è il cuore della soluzione, non il problema.
Ecco perché il Terzo settore, avanzando un’ipotesi di protagonismo sul fronte 4.0, non può che ribadire una posizione umanistico-mutualistica. Si tratta, per ora, di gettare un sasso in piccionaia, avviando una riflessione in questo senso. E proprio in questo senso si può parlare di un Terzo settore avanzato.

Che cosa intendiamo con “Terzo settore avanzato”? Una cosa molto semplice: mentre mantiene gli ambiti storicamente presidiati — sanità, cura, accoglienza — il Terzo settore deve mettersi sulla lunghezza d’onda della modernità. Non deve, il nostro mondo, rinnegare il passato, tutt’altro.

Deve mantenere le posizioni e, al contempo, guardare al futuro immettendo nel futuro i propri valori. Altrimenti, la sfida sarà vinta sul piano culturale, pratico, economico e sociale dai transumanisti che non solo faranno profitti, ma disarticoleranno la dimensione civica della nostra visione e tradizione. Affermare una posizione, però, non basta. Bisogna portare argomenti, senza deporre preventivamente le armi o, peggio, assumere acriticamente — facendosi alternativamente sedurre dalle tecnoutopie o disilludere dal pessimismo di chi si arrocca semplicemente sul rifiuto — dimensioni valoriali che nulla hanno a che spartire con il nostro mondo.

Fonte: VITA

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