L’Italia 4.0

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  • 18 luglio 2018
  • di Rossella De Nunzio

Articolo di Pier Luigi Sacco, Università IULM Milano

pier luigi saccoRiflettere sul contesto in cui ci troviamo in questo momento è necessario per comprendere i numerosi elementi interessanti che esso porta con sé e per trasformare questa riflessione in progettualità.
Attualmente in Europa il semestre di presidenza europeo è in mano ad un piccolo paese che è l’Estonia, la quale ha meno abitanti dell’Emilia-Romagna. La cosa interessante è che questo paese, che era tra i più poveri derelitti al momento della caduta del muro di Berlino, in questo momento è uno dei paesi più performanti all’interno della valutazione dell’efficacia delle politiche educative secondo il cd. sistema di indicatori Pisa realizzato dall’Ocse. È un paese che è riuscito a produrre nel giro di pochi anni un’impressionante quantità di innovazione giovanile, in ambito sia tecnologico sia culturale, ed è soprattutto un paese che ha conosciuto un rinnovamento impressionante di classe dirigente. È importante in questo momento confrontare lo scenario di un piccolo paese molto innovativo con una serie di condizioni che possono essere osservate oggi in Italia per avere uno sguardo il più possibile lucido su alcune criticità su cui è opportuno lavorare a partire dal tentativo di comprendere se e come in particolare il Terzo settore si può inserire all’interno di questo tipo di quadro.

Oggi si sta attraversando un cambiamento sociale molto rapido (si pensi anche solo al mondo del lavoro) che creerà di fatto ambienti lavorativi diversi da quelli finora conosciuti, molto diversi in alcuni casi, nel giro di pochissimi anni. Questo cambiamento si accompagna ad una serie di mutamenti tecnologici e socio-organizzativi che hanno creato un passo di cambiamento a cui persino il ‘900, secolo così veloce, non ci aveva abituato. È sufficiente pensare a quello che sta accadendo nel giro di pochi anni con la crescente pervasività (peraltro non sempre rassicurante) dell’Intelligenza Artificiale in tanti aspetti della nostra esperienza quotidiana per rendersi davvero conto dei rapidi mutamenti della società attualmente in corso.

È necessario poi comprendere rispetto a questo mutamento come si pone il Terzo settore affinché esso possa essere una forza capace, non tanto di governare, quanto piuttosto di partecipare al cambiamento. Per fare ciò bisogna essere in grado di perseguire processi di innovazione sociale cioè di quell’aspetto che precede la tecnologia e cioè l’evoluzione dei comportamenti, di quei tratti culturali che ci spingono a leggere e a reagire ai fatti in un modo piuttosto che in un altro. In tal senso o si è un passo avanti alla società o di fatto la possibilità di partecipare al cambiamento da parte del Terzo settore, affermandone la sua missione e la sua logica, rimarrà una pia illusione. Da questo punto di vista purtroppo il Terzo settore ha ancora espresso una grande volontà di porsi come interlocutore credibile dei processi di innovazione radicale. Ciò non si sta verificando soprattutto per una ragione legata al fatto che innovazione radicale in questo momento significa soprattutto proporre un modello di società in cui riconoscersi e identificarsi; la mancanza di questo modello è ciò che sta davvero incattivendo il dibattito politico in Italia a causa di una crescente percezione di trovarsi un po’ su una barca senza timone o quanto meno su una barca nella quale il timone consiste nel non andare a sbattere sullo scoglio tre metri avanti. Ma cosa c’è mezzo miglio avanti, nessuno lo sa e nessuno se lo chiede. Questo è uno dei fattori più disgreganti e più pericolosi che si possano immaginare dal punto di vista del contratto sociale che tiene insieme una società; la rabbia e il cinismo che sta esplodendo nella società italiana in questi anni è per certi versi un fatto nuovo.

A questo proposito l’Italia è sempre stata un paese di anarcoidi-individualisti che si riconoscevano, in un modo o nell’altro, in un certo tipo di progetto di società, in alcuni valori comuni che magari declinavano in modo auto-ironico. Il problema però sta nel fatto che questa auto-ironia non riesca più a governare la progressiva rabbia che si pone un bersaglio generico/indistinto proprio perché non c’è davvero un ragionamento possibile su un modello di società.

Oggi pensare ad un modello di società significa soprattutto immaginare un modo di superare quelle che sono ormai diventate le grandi contraddizioni di funzionamento di tutte le società complesse dal punto di vista della disparità di opportunità e complessità, della diversità culturale che è diventata un fatto inevitabile ma che non è stato mai davvero affrontato e, quindi, governato.

All’interno di questo tipo di scenario, il fatto che non esista un livello di ragionamento né di discorso sul quale si possa convergere in una visione di società sostenuta congiuntamente e che, quindi, permetta di dare degli obiettivi e dei riferimenti in cui si superano anche gli scontri e le contraddizioni legate alla gestione delle questioni quotidiane, sta diventando veramente pericoloso; questo ragionamento non è vero per tutte le società europee perché ce ne sono alcune che non soltanto questo tipo di lavoro sono riuscite a farlo, come l’Estonia che è piccola e quindi è relativamente più facile, ma ci sono anche altri paesi europei più grandi che lo stanno facendo, come ad esempio la Germania (nonostante tutti i limiti che le si possono riconoscere sotto altri punti di vista) è un paese che ha fatto scelte politiche che da noi sarebbero state impossibili, per esempio dal punto di vista della diversità culturale, nonostante il più elevato tasso di immigrazione rispetto al nostro paese.

Se, dentro questo scenario, davvero il mondo del Terzo settore non riesce a porsi come interprete credibile di un modello di società da proporre, proprio perché in un modo o nell’altro è legato a quelle problematiche che oggi ci interrogano, la sua legittimazione è destinata a calare. Se oggi si chiedesse alla società civile italiana (in particolare da parte di coloro che non sono coinvoltiall’interno di questo tipo di mondo) quale pensa che sia il ruolo del Terzo settore, il quadro di risposte purtroppo non sarebbe necessariamente idilliaco.

La nostra società, in particolare, va assolutamente in controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi socio-economicamente avanzati, nel senso che l’Italia è un paese che sta sistematicamente disimparando ad utilizzare conoscenze complesse nelle catene di produzione del valore economico e sociale, un paese che ha un’enorme difficoltà a collocare una quota di laureati strutturalmente e clamorosamente inferiore rispetto a quella di tutti gli altri paesi industrializzati.

Questo, ovviamente, significa anche che la generazione dei futuri laureati sa benissimo di avere la spada di Damocle che pende su di essa. Si tratta di una generazione rispetto alla quale si pone una situazione di doppio vincolo: da un lato, si dice loro che l’unico modo per sopravvivere in questo tipo società è costruire delle competenze sempre più complesse e, dall’altro, che più competenze complesse si possiedono più si è sovra-qualificati rispetto all’offerta, piegandosi a fare tutt’altra cosa rispetto a quello per cui si sono preparati.

Il non profit dentro a queste dinamiche centra moltissimo, perché oggi cominciare a lavorare bene, in un paese come l’Italia, su processi di produzione di valore sociale ad alto contenuto di conoscenza significa soprattutto fare innovazione sociale e trasferirla non solo in un nuovo modello di società, ma in un nuovo modello di produzione. Alcuni esempi a seguire per meglio comprendere questo passaggio.

La cultura oggi si sta rivelando un indicatore estremamente importante per capire alcune di queste tendenze di cambiamento sociale, molto più che da altri punti di vista, perché le nuove generazioni stanno sperimentato una novità assoluta dal punto di vista dei processi di produzione culturale, una novità che non si colloca semplicemente nell’ambito culturale ma che sta cambiando profondamente l’architettura della nostra società e della nostra economia.

Si tratta molto semplicemente del fatto che sia per una serie di innovazioni sociali, quindi i mutamenti nei comportamenti, che di innovazioni tecnologiche che ne sono conseguite, quella generazione è la prima che in realtà si è socializzata nell’età adulta all’interno di un contesto socio-cognitivo nel quale la produzione di contenuti culturali è diventata un fatto ubiquitario, cioè a dire che chiunque di questi ragazzi è un produttore di contenuti culturali, anche solo banalmente perché ha dei social media dove condividerli. La produzione di contenuti culturali, e più in generale la produzione di contenuti oggi, non è tanto qualcosa che ha a che fare con un determinato settore dell’economia, che sia il settore del cinema, della musica o dei videogiochi, ma è oggi un modo spaventosamente importante per produrre valore sociale attraverso modalità talmente innovative che a volte non vengono percepite fino in fondo come tali.

Uno degli aspetti della produzione culturale è che ci si deve necessariamente confrontare con delle idee che non sono le nostre e, quindi, costruire delle categorie per provare ad interpretare il pensiero dell’altro, costruendo al contempo quell’atteggiamento cognitivo fondamentale per l’innovazione, perché all’interno di una società che ha dei bellissimi laboratori ma che al di fuori dei laboratori ha gente che è spaventata da qualunque forma di cambiamento, la conseguenza immediata sarà che appena l’idea nata dal laboratorio prenderà la strada di un paese dove troverà gente non spaventata dal cambiamento.

Se non si costruisce una società che non solo non ha paura dei cambiamenti, ma è anche ricettiva e pronta ad accogliere un certo tipo di idee e farle camminare, si impedisce a questo paese di trovare un modello ragionevole di sviluppo socio-economico sostenibile. In un paese che non è aperto all’esperienza dell’altro da sé, è difficile che questo si verifichi.

L’altro da sé significa tante cose: significa, per esempio, l’immigrato che non conosciamo – se si guarda la retta di regressione tra percentuale di immigrati presenti e tasso di xenofobia, l’Italia è nettamente sopra e ciò vuol dire che per la percentuale di immigrati che abbiamo dovremmo essere molto meno spaventati mentre, in realtà, siamo uno dei paesi in proporzione più spaventati. Delle idee interessanti e innovative di un giovane che però arrivano dal canale sbagliato non vengono prese in considerazione perché sono percepite come un’alterità con la quale non si è in grado di confrontarci.

Un altro esempio chiarissimo da questo punto di vista – particolarmente rilevante perché ha a che fare con la possibilità di immaginare nuovi modelli di welfare – è il rapporto con il benessere e la salute.

Oggi è ben noto che alti livelli di partecipazione culturale significano:

  1. che le persone vivono mediamente due anni in più rispetto a quelli che non partecipano dal punto di vista culturale;
  2. che il benessere psicologico soggettivo è molto più alto, il che significa che la gente va mediamente meno in ospedale e assume meno medicine e in un paese che invecchia questo è fondamentale per invertire il trend in positivo verso un maggiore invecchiamento attivo. Bisogna cominciare a migliorare la qualità della vita delle persone aumentando la partecipazione e l’invecchiamento attivo della popolazione anziana; rendendole più contente si migliora la loro qualità della vita, diminuendo al contempo l’impatto sulle risorse pubbliche e utilizzando questo risparmio per finanziare ad esempio le attività culturali del paese.

Tutto ciò significa ripensare il welfare: per tale ragione questo tipo di innovazione deve nascere da un contesto come il Terzo settore. Se si vuole lavorare su un modello di welfare bisogna essere capaci come settore di raccogliere questo tipo di istanze. Il vero problema da questo punto di vista è riuscire a risintonizzarsi sulla capacità di intercettare nuove idee, nuovi modelli imprenditoriali (ad esempio la nuova impresa sociale o la nuova impresa ibrida), diventare il soggetto capace di mediare con una progettualità chiara, definibile e riconoscibile, questo tipo di innovazione rispetto a questa società ad oggi completamente ferma, spaventata e che non ha un progetto di futuro. Se il Terzo settore non è capace di perseguire questi obiettivi significa che si sta auto-recludendo in un ruolo difensivo cioè in un ruolo nel quale sostanzialmente, magari con intelligenza e con grande professionalità, difende concetti e posizioni che appartengono a un modello di società già superato. Diversamente il Terzo settore non potrà lamentarsi di essere progressivamente meno rilevante: in particolare ciò che andrebbe intercettato è quell’incredibile movimento di innovazione sociale dal basso che la nuova generazione sta producendo in tutto il paese e che purtroppo in questo momento è assolutamente invisibile sia alla politica nazionale ma anche a gran parte del mondo del Terzo settore. Ci sono ragazzi che stanno lavorando veramente con un’ottica pioneristica nel Sud più profondo sfidando meccanismi spesso anche molto pericolosi e cercando di mantenere in piedi una progettualità sociale straordinaria e innovativa (ad esempio, i premiati dell’ultima edizione di Culturability, il premio che Fondazione Unipolis offre ai migliori progetti di innovazione sociale a base culturale).

Tutto questo sta avvenendo nella totale ignoranza e inconsapevolezza, non solo della politica nazionale, ma quelli che dovrebbero raccogliere questo tipo di istanze e farle diventare veramente un laboratorio, ad esempio all’interno di un vero e proprio acceleratore di impresa ibrida: un nuovo modello di imprenditorialità sociale che sappia cogliere e rendere sostenibile questo tipo di situazioni e che invece in questo momento sono tante esperienze meravigliose ma sospese.

In tal senso, o si recupera una ben precisa capacità progettuale o ci si assume la responsabilità di provare a proporre una visione condivisa di società che sia veramente in qualche modo sottoscrivibile da tutti a prescindere dalle differenze di sensibilità che in questo momento esistono nell’arco politico italiano e che sono talmente radicali da non lasciare spazio ad alcun tipo mediazione. O il Terzo settore riuscirà a farsi interprete credibile di questo tipo di temi o perderà probabilmente la più grande e importante occasione che ha avuto negli ultimi decenni.


Questo contributo è pubblicato nel volume “Il Terzo settore in transito. Normatività sociale ed economie coesive” che raccoglie tutte le relazioni e approfondisce i temi emersi in occasione della XVII edizione.

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