Industria 4.0? La sfida è etica

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  • 11 ottobre 2018
  • di Rossella De Nunzio

Da una parte la paura dei lavoratori di vedersi sempre più a margine, dall’altra una visione dell’economia proiettata verso il mutualismo e la condivisione. Sono le due facce di una stessa medaglia: la quarta Rivoluzione industriale e la grande sfida etica che porta con sé. Ruota attorno a questo tema la XVIII edizione delle «Giornate di Bertinoro», il laboratorio annuale che raduna i protagonisti del mondo accademico, dell’economia sociale, del volontariato e delle istituzioni insieme a una community di studenti e giovani imprenditori.

L’appuntamento è per il 12 e 13 ottobre. Sulle colline dell’Appennino forlivese sono previsti gli interventi di decine di relatori per declinare il titolo: «La sfida etica nella IV Rivoluzione industriale». Si parlerà di economia civile, di lavoro e di innovazione sociale e verrà presentata una ricerca appena svolta che mette in risalto come – tra dubbi e preoccupazioni più che legittime per l’occupazione – sia dominante la percezione che la tecnologia può rendere l’economia più sociale.

«La dimensione della tecnologia non può essere ridotta a un problema di competenze e di investimenti – sottolinea Paolo Venturi, direttore di Aiccon, che organizza l’evento – ma è legata alla domanda che ti poni quando hai in mano questi strumenti: qual è l’etica della tecnologia?». Per Venturi è «la dimensione che valorizza la persona, il suo essere orientata molto al pensare». «Certo – riconosce – molti processi verranno sostituti ma la tecnologia deve diventare un alleato dell’uomo, deve essere “per l’uomo”, trasformando l’economia che non può che avere come finalità una dimensione sociale».

La sfida dunque è etica. E non è un caso che più della metà degli intervistati per la ricerca condotta da Swg sugli atteggiamenti nell’economia futura (su campione di 1.000 stratificato secondo la struttura socio-demografica del Paese) reputi importante condivisione (64%) e mutualismo (51%). L’indagine realizzata su incarico di Aiccon, l’associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit, evidenzia in generale come negli auspici delle persone l’aspetto sociale sia al centro, con accento sul benessere lavorativo (in relazione soprattutto alla qualità dei contratti), sulla necessità di pensare agli individui e non solo ai profitti e sul bisogno di un coinvolgimento attivo dei lavoratori nella vita d’impresa. E in quest’ottica, la parte della tecnologia può cambiare radicalmente. «La tecnologia – scandisce Venturi – è un mezzo. Se la metto nell’impresa orientata al sociale può diventare nobile. Se però la metto nell’impresa orientata solo al profitto accresce le disuguaglianze sociali». E genera paura.

Eccola, appunto, l’altra faccia della medaglia. La paura. La ricerca, di cui qui diamo solo una piccola anticipazione e che verrà presentata con tutte le sue sfumature a Bertinoro, segnala anche il rischio che la tecnologia possa sottrarre possibilità. «Abbiamo cercato di scandagliare – spiega il direttore scientifico di Swg, Enzo Risso – la percezione che c’è nelle persone della società 4.0 ed è evidente che nell’opinione pubblica c’è un po’ l’effetto Blade Runner. Ma ci sono anche alcune opinioni consistenti legate alla perdita di posti di lavoro e all’aumento della forbice tra ricchi (che secondo gli intervistati saranno sempre di più, ndr) e poveri. La tecnologia applicata al sistema di produzione genera la paura che si riduca la possibilità di trovare occupazione, mentre per le singole persone la percezione è positiva».

Il timore sul fronte occupazione riguarda per lo più chi fa lavori a bassa e media qualificazione, dove macchine e robot rischiano di scalzare l’uomo. E tocca vari settori: dal marketing alle pulizie, dal mondo bancario a quello assicurativo e tanti altri. Ma, stando alla ricerca, c’è un altro aspetto fortemente connesso alla quarta Rivoluzione industriale ed è il timore della perdita di libertà: saremo più controllati e ci sarà un peggioramento della qualità della vita. «La paura che emerge – sottolinea Risso – è quello di una società più dirigista», mentre l’auspicio degli intervistati va nella direzione opposta e del coinvolgimento delle persone. In altre parole, la speranza dominante è «che non si accentui solo la capacità competitiva ma anche lo stare insieme ed essere collegati alla società». La sfida su cui ci si confronterà a Bertinoro è la capacità di far crescere nell’era 4.0 un’impresa che sia parte della comunità, anche grazie a una tecnologia «al servizio» e non predatrice di opportunità.

Articolo di Rossella Verga pubblicato su Buone Notizie – Corriere Buone Notizie

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