Nell’industria 4.0 la sfida è etica

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  • 18 settembre 2018
  • di Rossella De Nunzio

Articolo di Paolo Venturi, direttore AICCON

È riduttivo identificare la IV rivoluzione industriale unicamente come un nuovo paradigma tecnologico: quella che stiamo vivendo è infatti una rivoluzione che contiene un cambio d’epoca. Il passaggio radicale, segnato dalla presenza massiva di quelle che vengono definite “tecnologie convergenti” ossia capaci di connettere, abilitare, e produrre soluzioni, prima impensabili, sta alimentando una trasformazione che richiede, innanzitutto, di sottoporre l’osservazione al ragionamento, mettendo in campo la ragione nella sua interezza (non solo intesa come razionalità). Considero infatti l’attuale traiettoria tecno-scientifica come qualcosa in sé positivo, e comunque inarrestabile, che però va governata con saggezza (cioè con ragionevolezza) e non solo con competenza (cioè con razionalità).

Cloud, Blockchain, Internet of things, OpenData, Robot sono entrati attraverso le nostre (spesso inconsapevoli) azioni, dentro la vita reale, producendo cambiamenti profondi, visibili in nuovi e diversi lavori caratterizzati da modelli organizzativi agili e orizzontali. In questo scenario, che molti (non il sottoscritto) vedono come nefasto per gli effetti che produrrà sull’occupazione, è certamente necessario un profondo re-skilling delle competenze ma non è sufficiente; in particolare per quelle organizzazioni che nascono per perseguire finalità d’interesse generale.

Ridisegnare mutualismo e socialità attraverso le competenze della digital transformation è una priorità, ma altrettanto essenziale è il consolidamento di motivazione, significato e fine dell’azione orientata a produrre valore sociale.

L’agire sociale, infatti, svuotato del suo significato, benchè più efficiente, finirebbe per essere derubricato come un’azione senza impatto, perchè priva di quell’energia capace di rendere felice tanto chi la produce quanto chi ne beneficia. Quando il problema della «scelta» consiste nel decidere tra mezzi alternativi per raggiungere un determinato fine “che cosa devo fare per ottenere…” il ricorso alla ragion tecnica può essere sufficiente. Ma quando la domanda diviene: “che cosa è bene che io faccia …“, vale a dire quando si tratta di scegliere tra fini diversi, la necessità di disporre di un criterio di scelta fondato sulla categoria del giudizio di valore diviene irrinunciabile. Nessuna competenza potrà mai fornirmi il criterio di valore sulla cui base scegliere. Quello che voglio dire è che nell’era delle tecnologie convergenti il fattore decisivo tocca il livello antropologico e che non dobbiamo cadere nel rischio di sostituire la formazione/istruzione alla dimensione educativa.

Lo sviluppo umano è integrale o non è. L’educazione (che postula relazione ed esperienza) è la risorsa principale per produrre valore e cambiamento.

Dentro questa prospettiva la cooperazione, l’impresa sociale e l’associazionismo hanno un ruolo e una responsabilità incredibile.

Intelligenza, fiducia e produzione del valore sono le tre parole connesse ad altrettante sfide a cui il Terzo Settore è chiamato.  

La concentrazione (potenzialmente infinita) di dati in un unico “spazio” (la rete), sta generando una disintermediazione “apparente” poiché di fatto si stanno sostituendo intermediari reali con altri di natura artificiale: gli algoritmi.

Intelligenze non neutrali, che evolvono e si migliorano nutrendosi di azioni e consumi sempre più digitalizzati. Intelligenze in molti casi usate per fini predittivi (già in uso nella Giustizia penale di alcuni Stati) o per influenzare le scelte dei cittadini (il Social Credit System cinese, mappando i comportamenti d’acquisto e amicizie, sta erogando ricompense per le persone ritenute più “affidabili”). La seconda sfida riguarda la fiducia. La dimensione relazionale intatti, è attaccata da quella “strumentalità” insita in tutte quelle piattaforme che abilitano le nostre scelte e i nostri consumi al solo scopo di estrarre valore. La relazione, da sempre cardine per costruire identità e comunità, sta diventando (volenti o nolenti) un indicatore chiave per il mercato e i business model, cambiando così (terza sfida) i meccanismi di produzione del valore che oggi non possono prescindere da molecole di natura sociale (non più intesa come responsabilità ma come intenzionalità).

Il governo dell’intelligenza artificiale, la creazione di piattaforme capaci alimentare relazioni reali (non strumentali) e la nascita di nuove istituzioni digitali cooperative e inclusive diventano così obiettivi a cui il terzo settore (e la società tutta) deve tendere, affinché la comunità non venga sostituita dalla comunanza e la felicità dall’utilità (di pochi).

 

Articolo pubblicato su Buone Notizie (11 settembre 2018).

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