Il futuro del lavoro e il ruolo del Terzo settore

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  • 20 luglio 2018
  • di Rossella De Nunzio

lavoro terzo settore

michele-tiraboschiArticolo di Michele Tiraboschi, Università di Modena e Reggio Emilia

È possibile interpretare il tema del futuro del lavoro in due modi:

  • il primo modo, per quanto riduttivo, è relativo ai rapporti di lavoro all’interno del mondo del Terzo settore;
  • il secondo, invece, è tentare di descrivere quali sono le sfide e gli interrogativi del lavoro di domani.

Si pensi alla tecnologia, ai cambiamenti del modo di lavorare e di produrre, e all’impatto che questi cambiamenti avranno sulle aziende e sui rapporti di lavoro – licenziamenti, ristrutturazioni, esuberi, impatto sociale – e a come verrà gestito questo cambiamento. Ci si interroga sul modo in cui la tecnologia possa essere fonte di nuovo lavoro senza distruggerlo, che significa però ripensare i mestieri, le mansioni, gli inquadramenti, gli schemi legali e quelli contrattuali. Ci possono essere complicazioni legate al fatto che l’impatto tecnologico deve essere declinato nei territori e letto nella dimensione del cambiamento demografico: un impatto tecnologico, su una popolazione anziana che sta invecchiando sempre più, porta con sé aspettative e bisogni diversi.

Facendo un ragionamento di lungo periodo, è necessario partire dai giovani, che spesso conoscono il mondo del lavoro attraverso lavori stagionali o di servizio, per pagarsi gli studi. L’ingresso di questi ragazzi nel mondo del lavoro non è semplice: tirocini, apprendistati, voucher o, spesso, nessun contratto. È altresì un’esperienza fondamentale potersi approcciare, anche durante il periodo di studi, al lavoro in modo da combinare teoria e pratica per fare un po’ di esperienza. Solitamente sono esperienze apprezzate dai futuri datori di lavoro perché consentono di sviluppare tutte quelle soft skills – organizzazione, gestione, senso della gerarchia, modo di relazionarsi, autonomia, responsabilità, ecc. – che oggi sono sempre più valutate e richieste.

È notizia diffusa che la disoccupazione giovanile sia alta: nel 2014 era al 42% e nel 2017 si è assestata intorno al 35%. Questi dati riguardano però solo i regolari: a fianco esiste un esercito di invisibili e di rapporti di lavoro che non emergono dalle statistiche ufficiali.

L’Istat ci dice infatti che sono più di 3 milioni di lavoratori in nero, ed è proprio questo il dato che manca all’appello e che spesso viene letto con distacco, senza pensare che riguarda le nuove generazioni, i nostri figli. Le stesse persone che si domandano perché i giovani faticano a trovare occupazione sono magari quegli imprenditori che non pagano tasse o contributi e retribuiscono poco il costo del lavoro. In modo sistematico, questo comportamento sta rovinando il futuro del lavoro.

Da tempo, e in seguito alla crisi economica in modo ancora più accentuato, il Terzo settore ha scoperto il suo ruolo imprenditoriale, anche se per molti c’è ancora l’esigenza di non essere considerati un “fattore marginale” dell’economia. Dall’altra parte, in ambito for profit, si assiste via via sempre più alla necessità di non basarsi più sulla mera logica del profitto ma di essere etico, sociale e responsabile. I nostri studenti dovrebbero “prepararsi al futuro” attraverso il contatto diretto con la realtà del lavoro e dovrebbero farlo già durante il percorso di studi, non fuori né dopo l’università. Oggi questo è possibile grazie all’alternanza scuola-lavoro, strumento che però sta attraversando un periodo di contestazioni a causa dell’uso improprio che se ne fa. È noto infatti come spesso i giovani in alternanza svolgano tirocini che niente hanno a che fare con il percorso di studi intrapreso: in questo modo si distorce completamente il metodo pedagogico su cui il modello si basa. Per quel che riguarda i dati sul mercato del lavoro, si parla molto di quale sarà l’impatto delle nuove tecnologie, se causeranno la scomparsa di alcuni mestieri e quali stime vengono fatte.

Il diritto del lavoro nasce per portare giustizia sociale in una materia, quella dei contratti, che se lasciata alla libertà delle parti diventa la forza del contraente – l’imprenditore – rispetto al contraente debole. E a questo punto che subentra lo Stato. In realtà il diritto del lavoro ha anche una componente molto importante di normazione sociale, ovvero la contrattazione collettiva che si declina in rappresentanza, corpi intermedi, strumenti di pressione sociale come lo sciopero o la coalizione, nella forma conflittuale o nella forma partecipativa.

Fino ad ora è esistita quasi esclusivamente una legislazione legata all’impresa ed oggi, finalmente, ne è stata prodotta una dedicata al Terzo settore. Bisogna fare attenzione però a non cadere nel rischio di far diventare questa nuova legge una specie di “riserva indiana”, un contenitore che va a regolamentare un fenomeno a parte rispetto a quella che è invece la parte preponderante. È necessario che il modo di fare impresa attento al fenomeno economico ma anche al fenomeno sociale – la persona, le logiche collaborative, partecipative, di prossimità, di comunità – diventi un paradigma, un modello generale. È interessante indagare quell’area intermedia in cui è possibile costruire ponti e collegamenti, un’area popolata, da un lato, dall’impresa codicistica, l’impresa per il profitto e, dell’altro lato, dall’impresa sociale, l’impresa responsabile, l’impresa cooperativa. La vera sfida è proprio quella di riqualificare e ripensare i soggetti di quest’area intermedia, gli stessi che rendono vivi gli spazi tramutandoli in luoghi, luoghi di relazione. Il rischio è che sia stata creata una buona normativa ma ben attuata solo per un nucleo ristretto di imprese, mentre altre continueranno a ripetere quello che stanno facendo.

Nel diritto del lavoro tre sono gli attori: l’impresa, intesa come impresa for profit, non quella sociale o del Terzo settore; il lavoratore; e infine chi rappresenta imprese e lavoratori cioè i corpi intermedi, le rappresentanze. L’invito è che se si vuole costruire una nuova normazione sociale occorre non solo cercare di conquistare lo spazio intermedio fra Stato e mercato, che ha avuto diversi sviluppi storici nel corso del tempo, ma occorre lavorare molto sui soggetti. Due sono oggi le definizioni di imprenditore, una economica e una gius-lavoristica. Quella gius-lavoristica sostiene che l’imprenditore sia il capo, che con logiche gerarchiche e verticali di subordinazione, comanda i suoi subordinati che devono – seguendo la definizione codicistica di lavoratore – eseguire ordini e direttive. Questa è la grande sfida che riguarda tutto il modo di fare impresa. Non basta infatti sostenere che il lavoratore del futuro sarà più collaborativo e partecipativo, ma va tradotto giuridicamente. Non può più essere un subordinato che ha l’onere di aderire in maniera acritica al processo organizzativo e di eseguire ordini e direttive dati da altri perché questi hanno il dominio della tecnica e il capitale. È necessario riscrivere l’idea di lavoro, partendo dalla normazione giuridica, sociale o forse anche statuale del lavoro. In questo il Jobs Act non aiuta, perché dice che tutto il lavoro è lavoro subordinato a tempo indeterminato, e ne libera le modalità di assunzione e di licenziamento; ha in mente l’impresa fordista, non quella del futuro, l’impresa con nuove tecnologie, un’impresa più collaborativa e partecipativa dove il lavoratore deve essere coinvolto.

Si pensi ad esempio al welfare aziendale, soluzione assolutamente positiva: ciò a cui si sta assistendo, però, è che l’80% degli strumenti utilizzati sono buoni benzina o buoni pasto. Dietro non c’è una logica di benessere organizzativo dove il lavoratore viene ingaggiato sulla cura e l’attenzione ai suoi bisogni e a quelli della sua famiglia. Siccome il costo del lavoro è alto, il welfare aziendale diventa un canale fortemente incentivato a livello fiscale con cui è possibile abbattere un poco il costo del lavoro. Questo modo di agire non è generativo perché il welfare aziendale da solo non può bastare, deve essere un welfare anche di prossimità e di territorio. Il Terzo settore è fondamentale per dare risposte alle imprese, per offrire quei servizi di prossimità che fanno comunità e creano valore.

Già negli anni ‘80 Marco Biagi sosteneva, rispetto al lavoro in cooperativa, che non bisognasse accogliere una prospettiva auto-appagante e gratificante per cui, sì si costruiva un modo migliore di fare impresa, ma che risultava residuale e che emergeva nelle situazioni di crisi per poi scomparire una volta finito il periodo difficile.

L’impresa non è solo un luogo di produzione ma è anche un luogo di formazione, di crescita delle persone, di relazioni. Ciò che rende vivo questo luogo è la dimensione collettiva quindi la dimensione della rappresentanza.

Oggi però la rappresentanza è da riscrivere. Leggendo gli statuti della rappresentanza ci si rende conto che questa è divisa su una geografia del lavoro del ‘900, cioè quella dell’agricoltura, della manifattura, dell’artigianato e del terziario. L‘impresa moderna, però, è un’impresa trasversale. L’agricoltura è meccanica di precisione; la manifattura è in sé terziario e terziario avanzato perché è in contatto diretto con il consumatore.

Occorre quindi reinventare la rappresentanza che sia trasversale e rispecchi la realtà. È necessario un modo di ripensare l’impresa e chi la rappresenta. In questo senso il Terzo settore è un concetto vecchio se lo pensiamo residuale; se invece pensiamo al Terzo settore come un mondo di fare impresa responsabile, attento alle persone, che vive logiche cooperative, che sviluppa i corpi intermedi, che si radica nei territori, che genera valore – ecco, in questa è prospettiva il Terzo settore diventa il modo comune di fare impresa.


Questo contributo è pubblicato nel volume “Il Terzo settore in transito. Normatività sociale ed economie coesive” che raccoglie tutte le relazioni e approfondisce i temi emersi in occasione della XVII edizione.

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