Economie delle aree interne

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  • 4 settembre 2018
  • di Rossella De Nunzio

Contributo di Giovanni Teneggi, Direttore Confcooperative Reggio Emilia

Il titolo del presente contributo si riferisce alla definizione di aree interne che viene dalla Strategia Nazionale che porta questo nome e quindi particolare riferimento andrà alla montagna. Tuttavia vorrei segnalare subito che tutto ciò che stiamo osservando e accompagnando in questi territori sempre più si presenta emblematico per tutte le aree a bassa densità di risorse o più alta fragilità sociale come ad esempio quartieri trama delle città piuttosto che aree dormitorio o post-manifatturiere delle loro periferie.

Verso le montagne e la loro abitabilità, oltre questa generazione, nutro una certa preoccupazione e da questa ne traggo una più generale per la credibilità dello sviluppo e della competitività di tutto il nostro Paese. È noto che le montagne, in particolare di Appennino, sono parte molto consistente del territorio italiano e non sono interne solo geograficamente: lo sono anche rispetto alla storia, alla vicenda identitaria, al valore patrimoniale, alla questione ambientale piuttosto che agli skill italiani in Europa e nel Mondo. Interno non è distante, è dentro e parte. Non ci si può disinteressare a tutto questo e nemmeno si può arginare quindi ad una questione territoriale.

Va riconosciuto che viviamo al proposito una stagione molto ricca in termini di risorse, di attenzione politico/istituzionale e addirittura di mercato. Lo scarto da recuperare però è molto profondo: abbiamo almeno due generazioni di distrazione e allontanamento dalle economie che hanno tenuto in vita tradizionalmente questi paesi con una crescita di benessere senza economia e senza impresa. Una crescita di Stato di strappo e conflittualità con l’identità dei luoghi. L’evento che più di tutti nella maggior parte delle famiglie rurali e artigianali di Appennino ha interrotto una tradizione di abitazione dei luoghi e mortificato la dimensione intraprendente che le era necessaria è stato l’arrivo di un reddito pubblico in un’azienda statale o regionale.

La percezione che ci accompagna in questo tempo è quello di un grande investimento soft di programmazione che non vede e non ripara il gap hard infrastrutturale (materiale e immateriale) che abbiamo consentito e che non riguarda il potere stare lì ma il volere vivere e lavorare lì.
In questi territori l’investimento deve essere molto più poderoso e profondo, anche in termini di obiettivi, e assolutamente coerente di teorie, politiche e pratiche per l’attrattività di abitanti e lavoro. Profondo perché deve riconoscere e riparare lo strappo. Poderoso perché il tempo sta scadendo e non riusciremo a interrompere inerzialmente tendenze demografiche e di impoverimento inesorabili nei grandi numeri.
Anche la forza delle politiche concorrenti, ovvero quelle dell’addensamento a valle e negli snodi oppure predatori di ciò che c’è di buono in quei luoghi è un argomento pertinente. Una leva da considerare perché parte dello stesso gioco di ruoli e integrazioni. Una leva fondamentale che consentirebbe – ed è necessario – di guardare la sostenibilità della vita nelle aree interne attraverso piani credibili e razionali di sostenibilità della vita nelle loro città.

Quattro sono le aree testimoniali ed esperienziali che suggeriscono: quattro spazi ai quali più potentemente bisognerebbe tendere per affrontare il tema delle economie delle aree interne.

La prima riguarda la pianificazione territoriale e la provocazione che propongo è quella di una città estesa. Le montagne si salvano dando qualità alla pianificazione di una città più centrifuga che centripeta.
Le aree vaste dei territori devono scegliere se addensare i loro flussi nelle loro città inseguendo i modelli di sviluppo delle aree metropolitane che replicano al loro interno tutto il potenziale identitario, produttivo e di servizio dei loro territori, oppure sfruttare il territorio che hanno alle loro spalle allargando i propri confini e allestendoli diffondendovi i flussi di valore che la rete dei servizi e del mercato consentono.

La seconda area di attenzione e provocazione riguarda invece le politiche e le infrastrutture di trama. La introduco con un caso esemplare. Le aree MaB UNESCO sono contesti territoriali riconosciuti dall’organizzazione internazionale di salvaguardia dei patrimoni culturali perché distintivi di una biodiversità originale, attraente e propria di un rapporto vivo fra l’uomo, le sue attività e l’ambiente con la sua storia. L’area MaB Tosco-Emiliana è condivisa da Emilia-Romagna e Toscana e raccoglie, su cinque province una grande porzione del loro comune appennino. Si tratta di un’area che vista da dentro si percepisce debole e a tratti rassegnata al suo destino, mentre, osservandola da fuori, è una fonte inestimabile di opportunità e ricchezza. Fra le più poderose al mondo in termini di potenzialità di sviluppo. Ha vie e porte di accesso molto fruibili e vicine a flussi molto densi quali via Emilia, porti di Genova e La Spezia, conta 64 prodotti tipici DOP e IGP fra i quali Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma e Miele della Lunigiana, è parte e confina con brand come Toscana e Cinque Terre. Occorre decidere a livello regionale e nazionale, non semplicemente su quei territori, se quell’area è davvero strategica come risorsa generale. Interessa quella trama/miniera in mezzo ai flussi che le passano a fianco e potrebbero tendere invece a sfruttarla e impoverirla? La domanda non può essere posta solo agli abitanti resilienti di quei luoghi nelle loro scelte e per loro investimenti. Deve essere posta alla collettività in termini di politiche e geografie dei servizi, infrastrutture, meccanismi di accelerazione, fiscalità. Abbiamo interesse oppure no che quell’area aumenti la sua popolazione? Stiamo lentamente perdendo la relazione tra trame e flussi che ha costituito la coesione e la competitività italiana e stiamo avvantaggiando accelerazioni verticali sui flussi invece che anche orizzontali nelle trame.

Il tema delle trame ci porta alla terza provocazione, quella dell’economia abitante. Manca una teoria sull’economia abitante che informi di sé le politiche, le attività di supporto, le classificazioni e le riconoscibilità di valore aggiunto. L’impresa abitante è uno stato di sublimazione di quella ibrida, un suo compimento: si tratta di un’impresa che gioca la sua competitività sul piano della cooperazione con il territorio, dell’esserne parte fra le parti, della presenza alla sua vicenda comunitaria come fatto aziendale. Torniamo nuovamente sul territorio di Reggio Emilia, a casa mia, per trovarne esempi scuola. Elettric80 spa, Latterie Sociali Cooperative del Parmigiano Reggiano di Montagna, Blackstudio Srl, Baco Cerwood Srl, Valle dei Cavalieri cooperativa sociale, Briganti del Cerreto cooperativa di lavoro (ma potrei citarne molte altre) sono casi di imprese dell’Appennino che hanno aperto strade nuove di innovazione e prodotto nei loro mercati di riferimento a partire e a seguire la loro abitazione del territorio, in modo istintivo ma rigoroso di un metodo, pur senza una teoria o modelli di riferimento. Elettric80 spa è situata a 500 metri d’altezza, fuori dalle logiche tradizionali di posizionamento e comunque fra i primi competitor al mondo nella robotica per l’automazione industriale. Un’impresa “fuoriluogo” perché lavora in tutti i continenti stando nella sua area interna ed essendone parte. Ha connettività sufficiente, ha attivato filiere di accoglienza e visitabilità del territorio per clienti e fornitori che la raggiungono lì e la apprezzano anche per questo. Il suo centro di ricerca sta assumendo 60 ricercatori ed è più a monte della produzione, tecnicamente in un luogo più sfavorevole ma proprio lì ha voluto rilevare e riattivare in quel modo un’azienda in difficoltà. Negli Istituti Scolastici Superiori pubblici del proprio territorio, malgrado sia ancora più su il loro centro scolastico, ha investito per formare giovani suoi collaboratori offrendo al corso tecnico del suo settore laboratori e corsi integrativi di alto profilo e attrattivi. Gli studenti di quei corsi hanno la possibilità di partecipare la vita aziendale direttamente con i team di progetto dell’azienda e terminati gli studi un’opportunità di selezione del tutto privilegiata. Questo circolo virtuoso nasce da un imprenditore che ama il proprio territorio e che si fida della gente che lo abita, che vuole crescere una dirigenza in cui si riconosce anche in termini di “codice sorgente” e identitario. Per lui il contesto territoriale non è location ma parte della sua azione imprenditoriale.
Black Studio Srl è una giovane impresa di informatica e ICT fondata da cinque ragazzi che potrebbe essere localizzata tranquillamente – e più naturalmente per le logiche correnti – a Milano, a Reggio Emilia, a Londra. Sono cinque programmatori analisti, lavorano sugli algoritmi, danno efficienza ai siti web, soprattutto ai motori di ricerca nel campo del turismo, hanno deciso di rimanere lì semplicemente perché amavano stare lì con le loro famiglie nel loro paese. Grazie alla rete esistente, non ottimale ma sufficiente, lavorano da casa e dalle comunità loro e dal loro lavoro, oltre al reddito, ottengono la possibilità di viverle e di stare più vicini ai propri affetti. Compensano la distanza in soddisfazione e remunerazione in vita e ne fanno qualità ed empatia di relazione col cliente che li riconosce anche per questo affidabili e di valore.
Baco Cerwood Srl, nel comune di Ventasso, è la società familiare che ha importato in Italia i parchi avventura, con il desiderio originario di rigenerare una porzione dimenticata di bosco e crearvi opportunità. Oggi portano 30 mila persone sugli alberi ad ogni stagione e hanno aperto altri business che fanno sempre capo lì per la progettazione e la costruzione che ha dato vita ad altri 60 parchi avventura in Italia, dalla Sicilia al Friuli Venezia-Giulia. La loro crescita è diventata consapevolmente driver del proprio territorio quale capofila di progetti di coproduzione di offerte di turismo ed educazione ambientale.

Le cooperative Valle dei Cavalieri e Briganti del Cerreto sono due esempi di cooperazione comunitaria che nei loro territori hanno mantenuto in vita l’economia e la socialità di paese. Sono abbastanza noti e non mi soffermo ulteriormente su loro.
I caseifici cooperativi dell’Appennino Reggiano, produttori sociali e artigianali di parmigiano reggiano di montagna, sono a tutti gli effetti infrastruttura comunitaria e fisica. Le loro assemblee sono ancora luoghi di conversazione sociale e politica, la loro economia tutta mutualistica e condivisa, l’attività dei loro soci assolutamente multifunzionale, i loro spacci diventati negozi punti di servizio al territorio e di attrattività turistica anche per il resto del sistema.
Questi casi ormai in tutta Italia sono teoria di economia abitante. Queste realtà imprenditoriali si basano sulla partecipazione democratica dei soci o alla comunità come elemento fondamentale della loro intrapresa e sostengono che il welfare debba essere prodotto attraverso il lavoro e la multifunzionalità delle attività economiche. Intendono partecipare come fare produttivo. L’audience che consentono è prima di progetto e di impresa che di parola e opinione.

Queste realtà pensano produttivo anche in tema di patrimoni comuni e loro salvaguardia. Sanno che si può conservare solo ciò che può essere utile di cultura, socialità, economia e reddito per le persone ed esprimono quindi istintivamente ma immancabilmente una cura produttiva dei luoghi.
Traducono tipico per coprodotto. Prima di un marchio si misurano sulla collaborazione di filiera locale e nella sua autenticità sanno che si nascondono anche attrattività e brand originali. Rappresentano una generazione di startup di area interna che negli ultimi vent’anni ha prodotto e si è diffusa senza analisi e codificazioni generali.
Il divide più importante in questi soggetti imprenditoriali non è digitale ma politico e riguarda la necessità di una specializzazione propria e dedicata delle misure di investimento e dei processi partecipativi e pattizi che inducono. In questi luoghi, ad esempio, ogni euro di investimento pubblico deve avere la certezza di poter ottenere un euro di investimento privato per produrne altri tre in filiera nello stesso territorio. È disperante e meramente palliativo oppure di scambio politico a breve il restauro di una piazza senza un patto di impresa con i suoi abitanti. In questi casi non funzionano le dinamiche massive di investimento, occorrono a questo riguardo invece micro-interventi generativi. Un Comune non può aggiustare una piazza, se non sa già che in quel luogo nascerà un bar; non può mettere a posto un bosco o un sentiero, se non sa già che diventerà una strada per il ciclo-turismo. Un esempio eclatante riguarda il grande investimento che l’Italia sta compiendo per portare ovunque la connessione in fibra. Molto è dedicato in questa impresa ciclopica all’infrastruttura materiale ma rimarrà spenta e non pagherà in sviluppo se non raddoppiamo e acceleriamo l’investimento in termini di cultura, competenza, reti d’impresa, altre infrastrutture immateriali e fisiche perché qualcuno abbia coraggio e idee per accendere quella fibra e farne relazione di servizio e di mercato. La politica si accontenta di portare la fibra, lo sviluppo no.

L’altro tema, accennato poco sopra, è quello delle reti. Insieme a Baco Cerwood srl e ad altre realtà, ad esempio, si sta lavorando sui casi citati affinché la cooperazione, che è certamente un termine chiave, trovi concretezza dentro opere e progettualità volte alla costruzione di reti di scambio e di offerta. È un’attività molto complicata, perché queste terre sono anche molto resistenti rispetto alla realizzazione di reti. Per tale ragione esse vengono più facilmente predate pezzo dopo pezzo piuttosto che difese da progetti in comune.

Abbiamo urgenza di filiere orizzontali che scalino con pezzi di territorio la competitività e non che crescano verticalmente un pezzo alla volta mandandoli in fuga o consentendone la predazione. La difficoltà risiede nella necessità a monte che si verifichino alcuni cambi di paradigma in primis in termini di cultura. Sarebbe opportuno ripartire da una “pedagogia dell’intraprendenza”, dal riconoscimento di valore ai patrimoni materiali di queste terre: i boschi, le case, le tradizioni, sono da sempre rendite di posizione perché da sempre riconoscimento di sé, identitario.

Questi luoghi sono colmi di patrimoni materiali, “hardware” difensivi, mentre c’è bisogno – per il loro sviluppo – che diventino grandi software con un valore d’uso. Dalla rendita identitaria al valore d’uso abbiamo due generazioni di abbandono e sconfitte alle spalle. La sfida infatti parte culturale ma termina e si vince sul piano dell’innovazione e dell’economia esterna di valore aggiunto per la quale la tradizione è solo un punto di partenza e non il contesto nel quale stazionare.

Innesco culturale significa anche passare dalla generazione istintiva alla generazione intenzionale: passare, cioè, dalla generazione resistente per tradizione o perché non aveva il coraggio di andare altrove a quella intenzionale,che arriva in quei luoghi perché lo vuole. La triangolazione di innesco necessaria è qui quella fra gli autoctoni resistenti, i ritornanti e gli alieni. Un percorso di riconoscimenti, fiducia e riconciliazione.

Un altro passaggio da effettuare è quello dalla pianificazione di regolazione alla pianificazione di sviluppo e pattizia su beni nuovamente in comune. Ci sono ancora gli enti locali che gestiscono un piano urbanistico per definire come tutelare un ambiente rispetto ad un altro, mentre la pianificazione di sviluppo e pattizia, guardando al futuro piano regolatore di un paese, deve fare in modo di immaginare e poi realmente trasformare i paesi in luoghi del mondo, utilizzando anche le vie culturali, del mercato e della comunicazione. La questione urbanistica e di pianificazione non riguarda più il regolamento dei confini o la tutela della biblioteca dalla strada. La questione è come avvicinare città e metropoli, culture, cittadinanze universali. Rendere presente al mondo e allo sviluppo ciò che chiamiamo interno e gli è invisibile. La via di comunicazione più potente non è più costituita dalle strade fisiche, né dall’infrastruttura digitale, ma da cultura e mercato, dalle relazioni della conoscenza e da quelle dello scambio. Urgente riconoscerle, riaprirle, allestirle, manutenerle, renderle fruibili: pena la fuoriuscita di rinuncia o espulsione dal “cono di luce” oggi possibile, ancora per poco, per questi territori.


Questo contributo è pubblicato nel volume “Il Terzo settore in transito. Normatività sociale ed economie coesive” che raccoglie tutte le relazioni e approfondisce i temi emersi in occasione della XVII edizione.

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