Competenze trasversali per i giovani

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  • 21 settembre 2017
  • di Rossella De Nunzio

Articolo di Paolo Venturi, Direttore AICCON

Formazione è competizione. Potrebbe essere questo il titolo di uno dei capitoli principali riguardanti il piano di rilancio del nostro Paese. E’ un dato ormai acquisito, infatti, quello che lega la qualità delle competenze ad una maggior occupabilità, una correlazione robusta che vede il sistema delle imprese in primis e poi quello delle istituzioni pubbliche impegnate ad investire sulla formazione.

In gioco c’è il lavoro, un “oggetto” in profonda trasformazione, una risorsa sempre più scarsa, soprattutto per i più giovani, investiti da una rivoluzione tecnologica che cambia i paradigmi e il concetto stesso di ricchezza (sempre più collegata ai consumi e sempre meno al lavoro). Pochi giorni fa a Cernobbio, dove ci si è cimentati nell’ennesima stima sull’impatto dell’automazione sull’occupazione (3,2 milioni di persone sono a rischio nei prossimi 15 anni) è stato ribadito come l’unico antidoto stia nella capacità di investire in conoscenza, istruzione di qualità e di allineare le competenze (trasversali e digitali) alla complessità e alla domanda del mercato.

Il lavoro però non coincide con il reddito: è molto di più, è innanzitutto la modalità con cui una persona si realizza e anche su questo i dati 2016 dell’Eurobarometro ci raccontano di un’altra forte correlazione ossia quella fra istruzione e felicità. L’indagine rileva come la quota dei cittadini soddisfatti della propria vita sia al 56% tra coloro che hanno smesso di studiare prima di 15 anni, mentre sale vertiginosamente al 74% tra chi ha concluso gli studi oltre i 20 anni.

Istruzione e formazione sono perciò un elemento imprescindibile nell’immaginare politiche di sviluppo e di welfare, sono elementi fondanti e qualificanti che non possono essere sostituiti da incentivi economici (forse efficaci nel breve periodo). Compito di ogni policy è perciò quello d’investire su nuovi meccanismi di apprendimento (digitale e relazionale, informale e non formale) e sul capitale cognitivo dei giovani. E’ un investimento i cui risultati vanno visti e misurati nel lungo periodo; forse è questo il motivo per cui la formazione è spesso oggetto di convegni ma è ancora poco considerata da politiche troppo spesso ispirate al “corto-termismo”.

Possedere conoscenze e consapevolezza è infatti un ingrediente indispensabile alla attivazione della persona, per poi agire e prendersi gli inevitabili rischi a cui quotidianamente la nostra società ci sottopone. Diventa perciò necessario fare empowerment (dare potere attraverso le competenze), ma non è più sufficiente: bisogna infatti arrivare a realizzare una effettiva capacit-azione (ossia trasformare le capacità in azioni) per sbloccare quello stock di capitale umano inutilizzato che zavorra il futuro del nostro Paese.

Su questo è interessante il percorso del Comune di Milano che, in risposta all’avviso pon su “scuola e competenze digitali”, ha promosso un tavolo di progettazione di percorsi formativi fra scuole e fablab da cui sono emersi 26 progetti che coinvolgono gli studenti. La formazione ha infatti bisogno di luoghi e di esperienze, condizioni necessarie per far emergere quelle conoscenze tacite oggi decisive nel dare una vocazione al proprio progetto di vita. E’ quindi un’alchimia che ricombina competenze, meta-competenze e percorsi di educazione (spesso all’imprenditorialità) ciò di cui c’è bisogno. Uscire dai “silos” dei processi legati ai “mansionari” e aprirsi a percorsi che accompagnino a rendere concreti percorsi “intenzionali”.

Potenziare i talenti e le attitudini diventa perciò la premessa del successo non solo di un sistema economico in cui sono le soft skills a fare la differenza, ma di un welfare che per essere utile ha bisogno di cittadini attivi e motivati. Nell’ambito del progetto NEETwork – promosso e finanziato da Fondazione Cariplo, Mestieri Lombardia-Gruppo Cgm e Fondazione Adecco, ed integrando anche risorse provenienti da Garanzia Giovani di Regione Lombardia – si è sperimentata una riarticolazione dei processi di apprendimento delle soft-skill da parte di giovani esclusi dal sistema scolastico e ai margini del mercato del lavoro. L’esperienza, che ha già coinvolto circa 200 giovani tra i 18 ed i 25 anni, senza titolo di studio dopo l’obbligo scolastico (e intende arrivare a mille), sta dimostrando quanto all’ampia offerta di formazione per l’acquisizione di competenze tecnico operativa non corrisponda una adeguata offerta per acquisire quelle competenze trasversali parimenti necessarie per completare l’occupabilità ed entrare nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista, il Terzo settore si è mobilitato mettendo a disposizione opportunità di tirocinio remunerato proprio per l’acquisizione e lo sviluppo di tali competenze. Un progetto generativo poiché sulla scia dell’iniziativa assunta dal terzo settore, anche piccole e medie imprese profit ed artigianali, hanno manifestato il loro interesse e disponibilità ad accogliere giovani in stage creando cosi un vero e proprio ecosistema abilitante.

Un ecosistema che può trasformarsi anche in contratto di rete, come ci insegna l’esperienza di Giunca, un’aggregazione di 10 imprese manifatturiere del Varesotto per progetti comuni di assistenza sociale, ma soprattutto di formazione che coinvolge circa 1.700 lavoratori. Un progetto che disegna un nuovo mutualismo che attraverso il welfare aziendale orienta risorse sulla crescita del capitale umano.

 

Articolo pubblicato su nòva – Il Sole 24 Ore

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